Al Sud gli enti idrici collezionano sprechi. La sinistra li difende
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Il governo vuole riorganizzare le società di gestione delle acque. Ma le Regioni governate dai democratici si mettono di traverso.

Il governo di Giorgia Meloni sembra aver dato una certa priorità alla riorganizzazione degli enti che gestiscono le acque nel Mezzogiorno, dove le perdite idriche, conseguenze dirette di guide amministrative inadeguate che non sono riuscite a mantenere le reti efficienti, da tempo registrano veri e propri record. Dopo 40 anni di commissariamento ha soppresso l’Ente irrigazione di Puglia, Lucania e Irpinia (Eipli), che si occupava dell’uso condiviso delle risorse idriche (dighe e grandi adduttori), finito a secco con la liquidità per i crediti che non riusciva a incassare, compresi quelli di Acciaierie d’Italia (ex Ilva), che da tempo non pagava la bolletta, e per un buco nei conti da 80 milioni di euro. Al suo posto nascerà Acque del Sud Spa. Apriti cielo. Da sinistra sono partiti con frombole e catapulte accampando strumentali ragioni anti privatizzazioni.

Ma non è l’unica mossa salva acque. Il 21 luglio scorso alla Sogesid, la società di ingegneria in house dei ministeri dell’Ambiente e delle Infrastrutture e dei trasporti che si occupa della realizzazione di opere idriche di adduzione, distribuzione, depurazione e di fognature, già in gestione diretta da parte della Cassa per il Mezzogiorno, si è insediato l’ingegnere Roberto Mantovanelli, leghista di Verona che è anche presidente di Acque veronesi e vicepresidente di Aqua publica europea, associazione che riunisce i gestori idrici a proprietà pubblica d’Europa. Neanche il tempo di mettere un piede nell’ente guidato negli ultimi anni dal collega calabrese Carmelo Gallo, detto Nello, uomo del centrosinistra cosentino (per tre volte assessore ai Lavori pubblici del Comune di Rende), e Mantovanelli ha capito di essersi seduto su una pentola a pressione. A una riduzione, in tempi recenti, delle attività di assistenza e di supporto tecnico specialistico, è corrisposto un incremento del personale che è passato dalle 480 unità del 2020 alle 524 del 2021, con una spesa monstre da 26 milioni di euro e 3 milioni in più in un solo anno. Non solo, all’ultimo controllo della Corte dei conti si è aperto uno scivoloso capitolo sulle collaborazioni esterne, che la Sogesid ha provato a giustificare facendo leva sul «carattere temporaneo delle commesse». Ma le toghe contabili sono state nette: «Il costo del personale dipendente è già elevato» e le collaborazioni rischiano di «erodere il patrimonio di competenze specialistiche che dovrebbero caratterizzare i profili professionali del personale della società». Inoltre, i conti cominciano a saltare, con una perdita certificata di circa 2,3 milioni di euro in un anno.

La sfida per il cda di Mantovanelli, insomma, è notevole. Se da un lato, però, il governo ha messo in campo azioni di risanamento, dall’altro le gestioni regionali sembrano sfuggire di mano. In Puglia, per esempio, il governatore dem Michele Emiliano si è ritrovato con il commissario unico che aveva scelto per risanare i Consorzi di bonifica, Alfonso Borzillo, prima interdetto dalla magistratura e poi spedito all’udienza preliminare con un’accusa di turbata libertà degli incanti, induzione indebita e abuso d’ufficio. Ma non ci sono solo gli appalti al centro dell’inchiesta. Pure qui sono spuntate le consulenze: i dipendenti di un’agenzia interinale avrebbero modificato una selezione per favorire candidati prescelti dal commissario dei Consorzi di bonifica, «in violazione delle disposizioni in materia di consulenze». Nella Campania di Vincenzo De Luca, invece, c’è un caso di scuola: al Consorzio di bonifica del Basso Volturno c’è uno dei commissari più longevi d’Italia, Francesco Todisco: nonostante i commissariamenti degli enti consortili non possano superare i 360 giorni, l’uomo di De Luca è in sella da oltre sette anni. E anche qui vengono denunciate «assunzioni a tempo indeterminato senza concorso, incarichi e consulenze a go go».

In Calabria gli anni della gestione rossa di Mario Oliverio hanno mandato a gambe all’aria gli undici Consorzi di bonifica sparsi sul territorio (che si sono visti finanziare con i fondi del Pnrr, però, 19 progetti per un totale di 181 milioni di euro). Dall’ultima ricognizione che ha fatto la Regione sono emersi «squilibri economico finanziari derivanti da gestioni non rigorose, importanti esposizioni debitorie e una generalizzata carenza di liquidità, una cronica difficoltà nel reperimento di risorse, in particolare nella riscossione delle quote consortili, significative carenze strumentali e di personale qualificato». E perfino il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri ha lanciato strali sui Consorzi di bonifica, «in particolare quelli della Jonica reggina», che ha definito «enti che non hanno mai fatto nulla». Poi ha fornito la sua personale testimonianza: «Noi proprietari di appezzamenti di terreno paghiamo i Consorzi di bonifica ma non abbiamo mai visto la presenza fisica dei loro rappresentanti dire “controlliamo questo scolo, controlliamo questo torrente, vediamo se bisogna consolidare questo territorio con un progetto”». E ha sentenziato: «Non vorrei che si continuasse con questa non presa di posizione o di non responsabilità, bisogna dimostrare di esistere e giustificare lo stipendio ogni giorno». Il default sembrava ormai a un passo e ha tenuto non poco in ansia il governatore forzista Mario Occhiuto, che ha deciso di mettere i Consorzi in liquidazione e poi sopprimerli. Al loro posto dovrebbe arrivare un ente unico con undici distretti. Una stretta che ha spinto subito sindacati e associazioni di categoria ad alzare le barricate. E che fa il paio con le proteste contro la riforma del decrepito Eipli.

Gli sprechi sembrano aver trovato un alleato. A sinistra.

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