La scuola sconfitta: studenti pagati per avere buoni voti e comportarsi bene
  • Un istituto di Arezzo lancia l’idea: premi in denaro per chi si distingue. Ma così si perde il senso profondo dell’istituzione.
  • È grazie alla capacità dei docenti di spiegare e coinvolgere se i ragazzi ottengono ottimi risultati in classe. Eppure, anche se bravi, continuano a ricevere buste paga anemiche.

Lo speciale contiene due articoli.

Pagare per far studiare: l’ultima tentazione per un sistema scolastico come quello italiano che vede scivolare verso il basso i propri alunni nelle classifiche Ocse che misurano le competenze, e che si trova disorientato tra l’esuberanza dei bulli e le riforme mal digerite.

Ad imboccare la strada del premio in denaro è l’istituto per geometri e ragionieri di Arezzo Buonarroti-Fossombroni e si sta avvicinando il momento in cui verranno consegnati i premi promessi. Sono assegni poco esaltanti di 150, 120 o 100 euro, destinati ad alunni che hanno superato una soglia neppure tanto brillante. Per ottenere il contributo, devono aver mantenuto una media non inferiore al sette e mezzo e una condotta impeccabile, certificata col voto del nove.

Nella scuola italiana le borse di studio per gli alunni eccellenti ci sono sempre state e avevano una loro ragion d’essere, ma la strategia escogitata dalla preside, Silvana Valentini, è qualche cosa di diverso (e forse di opinabile). Infatti la dirigente chiarisce: «Non è una borsa di studio ma un modo per incentivare, per far scattare la motivazione allo studio e per promuovere comportamenti corretti in classe».

È proprio questo il punto problematico: monetizzare l’incentivo allo studio è la strada più giusta? O è forse l’ennesima dimostrazione del fatto che la scuola italiana si è avviata verso una sorta di parodia sbiadita di un sistema capitalistico arretrato?

Nei mesi scorsi abbiamo assistito a spettacoli di dubbio gusto, come quello dei ragazzi portati a servire piatti ai McDonald nell’ambito dei progetti di alternanza scuola-lavoro.

Adesso – a chi obiettava che il lavoro fondamentale dei ragazzi è studiare – qualcuno ha pensato di rispondere monetizzando l’impegno e la concentrazione del pensiero.

Una monetizzazione, peraltro, realizzata all’insegna di una certa prudenza sparagnina: i ragazzi che non raggiungeranno l’ambita meta del sette e mezzo potranno consolarsi pensando che, con un paio di settimane da commessi o da pizza boy, potranno brillantemente superare i guadagni dei loro compagni «secchioni».

La preside dell’istituto aretino è convinta di aver trovato la chiave giusta per far scattare la motivazione e infatti, intervistata da Repubblica, parla di «far scattare il desiderio di crescere come studenti»: un obiettivo nobile, sarebbe davvero un risultato da Nobel se si riuscisse a conseguirlo con la distribuzione di qualche mancia. L’istituto Buonarroti-Fossombrone ha realizzato la copertura economica del suo bonus grazie al contributo di sponsor e aziende già coinvolte in progetti di alternanza scuola-alternanza.

Così facendo, ha portato a termine un esperimento che – al di là della plausibilità o meno dal punto di vista educativo – si rivela essere difficilmente esportabile in altre aree d’Italia, dove le scuole superiori trovano difficoltà anche ad acquistare risme di fogli e rotoli di carta igienica.

Viene anche da pensare, poi, che in un Italia più povera, scuole superiori non ancore agitate dalla grande alluvione di slogan del Sessantotto riuscivano a formare studenti motivati allo studio senza dover ricorrere a gettoni di compenso. Soldi che finiscono col dimostrare come lo studio paghi, ma molto poco.

Alfonso Piscitelli


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