I margini di manovra del governo per la legge di Bilancio 2027 non esistono. Il documento programmatico è ostaggio delle alchimie e dei burocratismi di Bruxelles. La tanto agognata flessibilità invocata da Palazzo Chigi potrebbe rivelarsi, in realtà, una delusione cocente.
Della legge di Bilancio 2027 abbiamo i titoli dei grandi capitoli e le relative cifre, ma sotto ogni titolo c’è solo una pagina bianca. Infatti, dopo aver inviato a Bruxelles e alle Camere il documento programmatico di bilancio (Dpb), il governo ritiene opportuno attendere per presentare il disegno di legge alle Camere, superando la scadenza del 20 ottobre.
Di mezzo, come al solito, c’è la Commissione e le sue assurde regole che quest’anno hanno preso letteralmente in ostaggio sia il contenuto sia l’iter procedurale del principale strumento con cui si attua la politica economica del governo. Fino a quando, il prossimo 9 novembre, il Consiglio (in formato Ecofin) non adotterà formalmente la decisione che autorizza l’Italia a superare il deficit/Pil del 3% e i limiti della regola della spesa netta, senza incappare nella procedura d’infrazione – la cosiddetta clausola di salvaguardia nazionale (Nec) –, il ministro Giancarlo Giorgetti può scrivere solo i titoli dei capitoli, non certo un articolato di legge.
Il precedente del governo Conte nel 2018
Sembra di essere tornati nell’autunno 2018, quando il governo M5s-Lega guidato da Giuseppe Conte presentò comunque alla Camera, a fine ottobre, la legge di Bilancio 2019, nonostante la Commissione avesse bocciato il Dpb. Solo il 18 dicembre ci fu l’accordo con la Commissione che ridusse il deficit/Pil dal 2,40% al (famoso) 2,04%. In quei due mesi il Parlamento si occupò, per modo di dire, di una bozza che era già noto sarebbe stata riscritta.
Questa volta Giorgetti ha preferito non fare due volte il lavoro e attendere l’esito della discussione con la Commissione – formalmente avviata con la richiesta dell’11 settembre – e, soprattutto, la decisione del Consiglio. È il governo stesso ad ammettere nel Dpb che «terrà conto degli esiti delle interlocuzioni in corso con le autorità europee finalizzate alla migliore definizione del perimetro di attivazione della clausola».
La flessibilità rischia di deludere il governo
Ma quella decisione, per la quale da tempo Giorgetti e la premier Giorgia Meloni invocano «flessibilità», potrebbe essere una grande delusione. Infatti, le grandi linee della manovra prevedono che, salvo per l’irrisoria cifra di circa 2 miliardi, l’intero deficit aggiuntivo per il 2027 (0,6% del Pil) coincida con lo 0,6% ammesso dalla Commissione ai sensi della Nec (diviso in 0,3% Difesa e 0,3% energia).
Ciò ha due immediate conseguenze: qualsiasi intervento di taglio di imposte o aumento di spese che non sia inseribile nel perimetro ammesso dalla Nec (energia e Difesa) deve trovare una copertura in altri aumenti di imposte o tagli di spesa. Non si sfugge, perché, al netto di quelle voci, la traiettoria della spesa netta deve rimanere, come in effetti rimane, nel sentiero raccomandato col nuovo Patto di stabilità.
La seconda conseguenza è ancora peggiore: il Dpb, così com’è formulato, implica che i capitoli «sostegno alle imprese» (0,14% del Pil, pari a 3,3 miliardi) e «infrastrutture» (0,13% del Pil, 3,1 miliardi) siano interamente inseribili nel perimetro della Nec e, quindi, vadano a sommarsi alle spese per la Difesa ed essere tutte insieme coperte dal deficit aggiuntivo consentito da Bruxelles.
A questo proposito, in audizione parlamentare sono stati praticamente tutti concordi (Istat, Bankitalia e Upb), con quest’ultimo che ha scritto che «eventuali ulteriori (oltre energia e Difesa, ndr) interventi dovrebbero quindi essere compensati integralmente da riduzioni di spesa o aumenti di entrata».
Due manovre in una e il nodo di banche e assicurazioni
Ecco perché non aiuta molto sapere che la manovra è di 23 miliardi, di cui circa 10 coperti da maggiori imposte e minori spese e 13 in deficit. Perché questi ultimi sono autorizzati solo per energia e Difesa. È come se fossero due leggi di bilancio separate da compartimenti stagni. Una di spese per energia e Difesa, coperta dal deficit aggiuntivo dello 0,6%, e l’altra – con interventi per politiche per la famiglia e spesa sociale, sanità, misure fiscali, fondo sentenze, ecc. – che deve trovare, invece, copertura, come effettivamente accade, in tagli di spesa e aumenti di imposte, tra cui spiccano i 5 miliardi richiesti a banche e assicurazioni.
Solo a Bruxelles potevano concepire un simile labirinto contabile e Giorgetti e la Meloni stanno provando una impervia quadratura del cerchio.
Le condizioni di Bruxelles per la clausola Nec
Che, però, deve fare i conti con gli stringenti criteri che la Commissione utilizzerà per valutare le spese di quei due capitoli (infrastrutture e sostegno alle imprese). Criteri che sono definiti in due documenti che non lasciano presagire nulla di buono.
Il primo è del 18 agosto e contiene «Orientamenti agli Stati membri sull’ampliamento della portata della clausola di salvaguardia nazionale per la sicurezza energetica»; il secondo, ancor più importante, è la Raccomandazione dell’8 ottobre della Commissione al Consiglio per autorizzare l’Italia a utilizzare la Nec.
Qui, nel considerando 15, la Commissione valuta come potenzialmente ammissibili le misure indicate dall’Italia (elettrificazione delle abitazioni, miglioramento delle prestazioni energetiche di edifici pubblici e privati, incentivi e garanzie per la decarbonizzazione delle attività produttive, investimenti in reti ferroviarie, trasporto pubblico e mobilità sostenibile, ecc.). Però aggiunge che dovranno essere «mirate e progettate per massimizzare l’impatto in termini di contributo alla decarbonizzazione e al risparmio energetico».
Al considerando 16, comunque, la Commissione si riserva di fare una valutazione di ammissibilità delle misure effettivamente adottate e, al punto 5 della Raccomandazione, impone all’Italia di comunicare due volte l’anno (15 aprile e 15 ottobre) l’elenco delle misure concrete, dando prova della loro ammissibilità e del loro stato di avanzamento.
Insomma, un mini Pnrr. Evidentemente la Commissione non si fida e teme che la Nec diventi uno strumento di compensazione generica del caro-energia che, però, è quanto serve oggi agli italiani. E non si vede come l’Ecofin del 9 novembre possa condurci fuori da questo labirinto, anche perché difficilmente la decisione del Consiglio si discosta dalla Raccomandazione della Commissione.
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