• Prima la svalutazione era un paracadute per fronteggiare le crisi. Con la moneta unica, le imprese dei Paesi più deboli scaricano i costi della competitività sui dipendenti. Lo previde persino l’«euroconvertito» Alberto Alesina.
  • I 92 dipendenti della Pernigotti in cassa integrazione per un anno. La proprietà, però, si tiene stretto il marchio italiano.

Lo speciale contiene due articoli.

Reddito di cittadinanza troppo elevato oppure salari troppo bassi? È questo il quesito sul quale, terminata la lunga telenovela con Bruxelles andata avanti a suon di minacce fino agli ultimi giorni dell’anno, si sta arrovellando la politica italiana. Dai dati diffusi ieri dal Sole 24 Ore, elaborati a partire dalle banche dati Inps, la situazione peggiore si verificherebbe al Sud, dove il 37,5% dei lavoratori ha uno stipendio annuo inferiore a quanto percepirebbe con il reddito di cittadinanza (9.360 euro, 780 al mese, riferiti all’importo per un single con Isee zero). Va lievemente meglio al Centro, con la percentuale che scende al 27%, mentre stupisce il dato del Nord, che le statistiche dipingono come il territorio più abbiente del Paese. Più di un dipendente su cinque (21%), infatti, avrebbe convenienza economica nell’optare per il provvedimento di sostegno al reddito messo in piedi dal governo.

Cifre che testimoniano che se un rischio c’è, è quello legato alla pochezza degli stipendi. Come siamo arrivati al fatto che nel Mezzogiorno più di un giovane su tre campa con meno di 800 euro? La tragedia ha origini lontane: secondo l’ultimo rapporto Benchmarking working Europe 2018 pubblicato dalla European trade union institute, infatti, dal 2010 al 2017 i salari reali italiani sono calati del 4,3%. Nello stesso periodo è andata addirittura peggio in Spagna (-4,4%), Portogallo (-8,3%) e Grecia (-19,1%). Per rimanere sul mercato, le aziende sono state costrette a intervenire drasticamente sulle retribuzioni. Una delle conseguenze è stato l’aumento vertiginoso dei lavoratori part time involontari, vale a dire quei lavoratori che, volenti o nolenti, subiscono passivamente l’applicazione dell’orario ridotto. Nel decennio 2008-2017, dati Eurostat alla mano, la percentuale di questi dipendenti è passata in Italia dal 41,3% al 62,5%. Una realtà con la quale le nuove generazioni hanno imparato, loro malgrado, a fare i conti.

L’abbraccio mortale della crisi sui salari non è un fattore incidentale, quanto piuttosto una caratteristica strutturale della moneta unica. Già nell’agosto del 1997, l’economista Milton Friedman metteva in guardia dai pericolo dell’adozione della moneta unica: «Se un Paese è colpito da choc negativi che richiedono, per esempio, l’aggiustamento in basso dei salari rispetto ad altri Paesi», osservava il premio Nobel, «ciò può essere ottenuto facendo leva sul tasso di cambio». Una possibilità che ovviamente, a seguito dell’adozione dell’euro, non sarebbe più stata a disposizione dei singoli Stati membri. Perciò, concludeva l’economista americano, la moneta unica non avrebbe fatto altro che «esacerbare le tensioni politiche, convertendo gli choc divergenti che fino a oggi sono stati prontamente ridimensionati dal tasso di cambio in questioni politiche divisive».

Pochi mesi dopo, nel dicembre del 1997, facendo eco a Friedman, Alberto Alesina scriveva sul Corriere: «Se un Paese nell’Unione monetaria subisce uno choc di domanda negativo, qualcosa deve essere mobile e flessibile: o i salari monetari, o la forza lavoro o i tassi di cambi. Dato che i salari monetari sono rigidi al ribasso, la mobilità del lavoro in Europa è bassissima, l’Unione monetaria che fissa i tassi di cambio rende l’aggiustamento agli choc molto difficile e renderà la disoccupazione ancora più permanente». Come conseguenza di ciò, osservava l’economista italiano ora difensore dell’ineluttabilità della moneta unica, «i contrasti tra Paesi europei aumenteranno al crescere della tendenza a coordinare politiche monetarie, fiscali, di welfare eccetera», dal momento che «costringere Paesi con culture e tradizioni diverse ad uniformare politiche di vario genere, soprattutto quando la necessità economica del coordinamento è alquanto dubbia, è un’operazione inutile e potenzialmente molto pericolosa».

Fino all’arrivo della crisi, le cose andata relativamente bene. Poi è sopraggiunto lo choc paventato da Friedman e Alesina. Come ha ammesso anche la stessa Commissione europea in un comunicato stampa datato gennaio 2014, «venuta meno la possibilità di svalutare la moneta, i Paesi della zona euro che tentano di recuperare competitività sul versante dei costi devono ricorrere alla svalutazione interna (contenimento di prezzi e salari)». Una politica che presenta, però, «limiti e risvolti negativi, non da ultimo in termini di un aumento della disoccupazione e del disagio sociale».

Lo stesso concetto è stato ribadito da Mario Draghi nel corso di in un convegno tenutosi a Helsinki sempre nel 2014: «Con l’ingresso nell’Unione monetaria (i Paesi, ndr) hanno perso una parte di flessibilità (legata al cambio, ndr), e dunque gli aggiustamenti devono per forza avvenire attraverso una svalutazione interna». Secondo l’economista Ashoka Mody, nel lungo periodo il divario tra i Paesi che riescono a compensare in assenza di svalutazione monetaria (Germania) e quelli più deboli (tra gli altri, l’Italia), non potrà che peggiorare. Il risultato è la «distruzione» della domanda interna di cui parlava Mario Monti, una delle cause individuate dall’Istat per la contrazione del Pil nel quarto trimestre 2018.

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