Ets, la Ue sbatte la porta in faccia all’Italia
(Ansa)

Nella notte tra martedì e mercoledì Consiglio e del Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo sulla modifica della riserva di stabilità del mercato del sistema Ets, ovvero il mercato europeo delle quote di CO2.

Come funziona il mercato europeo delle emissioni

Per spiegare di cosa si tratta, diciamo che ogni centrale elettrica, raffineria o acciaieria deve consegnare un permesso per ciascuna tonnellata di anidride carbonica emessa. La quantità totale di permessi disponibili viene fissata da un regolamento europeo e cala ogni anno, secondo una traiettoria predeterminata. Il prezzo di ciascun permesso si forma nelle aste e nelle contrattazioni successive, per poi scaricarsi sulla bolletta elettrica e sui costi di produzione dell’industria.

La riserva di stabilità funziona come un magazzino nel quale, quando i permessi in circolazione superano una certa quantità, una parte di quelli destinati alle aste viene parcheggiata. Perché? Semplice: per evitare che i prezzi della CO2 si abbassino troppo, indebolendo la spinta all’elettrificazione a base di fonti rinnovabili.

Quote di CO2 cancellate fino al 2035: cosa cambia con l’accordo

Dal 2023 tutto ciò che giace in magazzino oltre una soglia prefissata viene annullato per sempre e sparisce dal mercato. In questo modo sono stati distrutti finora oltre tre miliardi di permessi, con un taglio deliberato dell’offerta che ha tenuto alti i prezzi.

A marzo, con i prezzi dell’energia in rialzo, la Commissione aveva proposto di fermare le distruzioni a tempo indeterminato. Invece, più realisti del re, Consiglio e Parlamento hanno deciso ieri di mandare avanti la distruzione, limitandosi ad alzare la soglia di annullo da 400 a 700 milioni di permessi. Nella sostanza, 300 milioni di permessi in più resteranno nel magazzino invece di finire al macero, e potranno essere rimessi in circolazione dopo il 2035 se il prezzo allora si alzerà troppo.

La «flessibilità immediata» contestata dal ministro irlandese

Il ministro irlandese del Clima (sic), Darragh O’Brien, ha presentato l’intesa come una «flessibilità immediata» per l’industria europea. Il che è falso, poiché per l’impresa che paga i permessi oggi non cambia nulla, dato che il tetto continua a scendere allo stesso ritmo e i permessi sottratti alla distruzione resteranno chiusi in magazzino per anni.

La proposta era stata annunciata dalla Commissione come una delle misure di breve termine contro il caro energia chieste dai capi di governo a marzo. Ebbene, sette mesi dopo la misura di breve termine produrrà i suoi effetti… a partire dal 2035.

Nel frattempo, il prezzo della CO2 resta il risultato di un’offerta decisa a tavolino. Una tassa sul carbonio che grava soltanto sui produttori europei e che mina la competitività delle industrie del continente, visto che in Cina o negli Stati Uniti l’onere sulla CO2 è zero o pochi spiccioli.

Il Consiglio europeo non accoglie la richiesta di Giorgia Meloni

Il Consiglio europeo della settimana scorsa non ha portato novità, nonostante l’insistenza di Giorgia Meloni per ottenere una sospensione del sistema Ets. Il comunicato finale della riunione riporta, sul tema, una formulazione talmente vaga da non significare praticamente nulla: «Nel contesto del riesame in corso del sistema Ets, e al fine di sostenere la competitività industriale europea, il Consiglio europeo ribadisce la necessità di garantire con urgenza un mercato del carbonio ben funzionante, trasparente e prevedibile, proteggere efficacemente dalla rilocalizzazione delle emissioni di CO2, ridurre la volatilità del prezzo del carbonio e attenuare il suo impatto sui prezzi dell’energia elettrica, preservando nel contempo il ruolo essenziale dell’Ets nella transizione climatica ed energetica attraverso un segnale di prezzo basato sul mercato per le emissioni di carbonio che stimoli gli investimenti e l’innovazione».

A commentare il ridimensionamento delle richieste italiane ha pensato Paolo Gentiloni, che dalla tre giorni di NetZero a Milano ha sentenziato che «la rivoluzione è stata rinviata», raccomandando alla classe politica di evitare messaggi contrari alla transizione energetica rivolti alla popolazione e al tessuto industriale.

Il sistema cap & trade e il vantaggio dei Paesi del Nord Europa

Del resto, il sistema del «cap & trade» sui permessi di emissione è un mercato che ha oltre vent’anni di vita, e i paesi del Nord Europa hanno investito molto in questi anni per adattarvisi e non intendono rinunciare al vantaggio acquisito. La finanziarizzazione del mercato ha nuociuto allo scopo originario del sistema. Non perché vi siano i famigerati speculatori, che in realtà sono la controparte a cui si rivolge chi vuole coprirsi dai rischi bloccando i prezzi. Il problema è piuttosto l’aver delegato al mercato di stabilire l’entità di una tassa, e non invece a un corpo che ne risponda politicamente.

Oltretutto, si tratta di un mercato drogato, perché la progressiva e annuale riduzione delle quote concesse gratuitamente agli energivori costituisce un fattore che fa costantemente salire i costi. Se le quote gratuite diminuiscono, le imprese devono comprarne di più all’asta, a un prezzo che l’offerta artificialmente ristretta tiene alto. La domanda di quote scende, ma molto più lentamente del tetto, che dal 2024 si restringe del 4,3% all’anno.

Acciaio e industria pesante: i limiti della decarbonizzazione

Il settore elettrico si è già decarbonizzato in buona parte. Mentre resta rigida la parte industriale, dove servono calore di processo ad alta temperatura e dove molte emissioni nascono dal processo stesso. L’esempio classico è l’altoforno, in cui il carbon coke serve a ridurre il minerale e non a produrre energia. Sono attività che non si possono elettrificare dall’oggi al domani, e per alcune una via elettrica a costi sostenibili su scala industriale oggi non esiste.

È il caso dell’acciaio primario. L’alternativa tecnica (il preridotto a idrogeno con forno elettrico) è così costosa che i grandi gruppi europei hanno sospeso i relativi progetti. In effetti, un buon metodo per far calare le emissioni è quello di chiudere gli impianti, cioè perdere base industriale. Leggendo le cronache da Bruxelles spesso viene il sospetto che lo scopo sia proprio quello.

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