L’intervista Paolo Marchesini «Insegno agli atleti che vince chi diventa un uomo migliore»
Paolo Marchesini
  • Il precettore sportivo Paolo Marchesini: «Non ho l’approccio tecnicista del mental coach, punto sui valori. Berlusconi al Monza l’aveva capito».
  • Lo psicologo Giuseppe Lorenzetti: «Oggi la cultura buonista vuol preservare gli adolescenti dalla fatica L’attività fisica restituisce il contatto col reale e permette di confrontarsi con il limite».
  • Emanuele Franz, lo scrittore, a cui è stata diagnosticata la sindrome: «Il sistema nervoso è configurato in modo da processare diversamente le informazioni esterne. Così crea idee nuove».

Lo speciale contiene tre articoli.

Paolo Marchesini, lei si definisce «precettore sportivo». Ha scritto anche una serie di volumi volti a illustrare i suoi metodi e la sua filosofia. Pare di capire che lei lavori soprattutto con squadre di calcio. Ci spiega allora che cosa fa? Che cos’è il precettore sportivo?

«Il precettore sportivo è un educatore classico unico nel genere. Non insegna né istruisce ma propone e condivide. Non infligge nozioni dalla cattedra, ma suscita interesse nel vissuto. Non è lo specialista distaccato che esercita un mestiere, ma il gentiluomo partecipe che testimonia una vocazione. Per questo può davvero educare giovani e adulti allenandosi con la squadra, poiché come una sorta di exemplum virtutis vivente – innanzitutto – impersona dentro al gruppo l’archetipo dell’uomo-calciatore esemplare. Tale accattivante innovazione agevola una radicale educazione pratica ai valori umani di nuova generazione».

Da quale esperienza è nata in lei l’idea di inventare una figura simile?

«L’idea scoccò nel 1987 al Bologna Fc ma la focalizzai lustri più tardi. Tornato a giocare in Italia dall’estero con una squadra di serie C vi distinsi tre giovani compagni in seria difficoltà, così al solo fine d’ispirarli proposi loro di osservarmi in allenamento. Loro si ripresero in un mese ed io intravidi la malacopia del ruolo di precettore sportivo. Seguì, ispirata da padre Roberto Busa, l’opera pionieristica per costituirlo e metterlo a sistema, giungendo infine al profilo mirabilmente tratteggiato da San Paolo: “Io dunque corro, ma non come chi è senza meta, faccio il pugilato ma non come chi batte l’aria, anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù, perché non succeda che dopo aver predicato agli altri venga io stesso squalificato”».

Di figure di sostegno diciamo psicologico nello sport ce ne sono molte. Quale differenza c’è tra un mental coach e un precettore sportivo?

«Sono le differenze abissali esistenti tra una figura egemonica ed un ruolo collaborativo; tra un’impostazione diagnostico tecnicista ed un approccio educativo umanizzante; tra chi scompone l’uomo riducendolo ad automatismo meccanico e chi integra la persona valorizzandola come essere umano. In metafora, tra chi nel buio cerca una candela e chi costruisce un impianto d’illuminazione».

Lei sostiene che il suo sistema potrebbe contribuire in modo importante a cambiare il modo in cui si gioca a calcio, dalla serie A in giù. Quale è la sua ricetta?

«Agli allenatori di serie A dico da tempo che il calcio esige il governo sulla partita tutta. Includo con ciò fondamentali problematiche irrisolte che non riguardano le fasi di gioco (tiri, schemi, ritmo) bensì le “fasi di non-gioco” (liti, risse, proteste) sofferte da tutti. A fine gara allenatori e dirigenti lamentano gli stessi problemi (falli, sanzioni, squalifiche,) che sebbene condizionino i risultati si ripetono sempre. Dunque sono variabili ingestibili allenando il gioco perché di “non-gioco” su cui nessuno opera come occorre».

E come si dovrebbe operare allora?

«Con un più idoneo know-how dell’educare: l’Ermeneutica dell’Espressione Sportiva. Ne colmai il vuoto quando ne testai protocolli e mansioni per primo in Italia inaugurando il mio ruolo di precettore sportivo. Ora serve diffonderne i benefici nelle prime squadre».

E quali sono secondo lei questi benefici?

«Abbattimento di ammonizioni, espulsioni e squalifiche fino all’80%. Opportunità di schierare quasi sempre la formazione ideale. Guadagno sui 90’ di gioco dei 30’ di non-gioco sprecati da tutti. Profitto di classifica dai 4-5 ai 9-10 punti in più».

Obiettivi ambiziosi. Come si raggiungono?

«Lavorando per davvero sull’uomo in allenamento. Oggi gli errori di non-gioco non sono mai corretti con strumenti ed esercizi sul campo perché il know-how valoriale prima inesistente ora c’è ma va gradualmente divulgato. Il precettore sportivo opera entro microfocus di allenamento quotidiani predefiniti con lo staff. In essi egli fa vivere agli uomini che “sono” i calciatori 55 valori umani (umiltà, sacrifico, correttezza, determinazione) con esercitazioni pratiche svolte sistematicamente».

È vero che Silvio Berlusconi aveva creduto in questa sua idea?

«Riporto quanto il presidente Berlusconi dichiarò: “Nel Monza, caso unico in Italia, abbiamo un precettore, Paolo Marchesini, che segue sul campo e fuori tutti i ragazzi delle giovanili e le loro famiglie, testimoniando i nostri valori”. Credo attesti bene la fiducia nel mio ruolo e il consenso per un’innovazione legata alla tradizione. Ne apprezzò molto infatti l’elegante stile distintivo (in campo tuta colorata dei calciatori, fuori campo abito scuro del gentiluomo) evocante istanze etiche nell’habitus dei comportamenti. In un incontro privato ad Arcore mi chiese il costo del marchio “precettore sportivo”. Risposi: “Una vita intera e la pazienza dei santi”. Allorché chiosò: “Serve nelle prime squadre. Ci arriverà!”».

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