Taroccato lo studio sul «vaccino universale»
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L’ennesimo castello di carte della narrazione pandemica è crollato sotto il peso dei suoi stessi inganni. La notizia arriva da una delle stanze dei bottoni della scienza medica globale, la rivista Science Translational Medicine, che ha dovuto ritirare con disonore uno studio del 2022 che prometteva la pietra filosofale dell’era contemporanea: un vaccino universale capace di proteggere da tutte le varianti del Sars CoV-2 e da svariati coronavirus.

Il progetto, coordinato dal prestigioso Francis Crick Institute di Londra, si basava su una suggestiva intuizione: colpire la subunità S2 della proteina spike, un’area descritta come stabile e poco incline alle mutazioni. Questa caratteristica avrebbe dovuto consentire la messa a punto di vaccini efficaci contro un ampio spettro di coronavirus e senza necessità di continuo aggiornamento.

Peccato che l’impalcatura empirica fosse un miraggio: l’indagine interna ha certificato, infatti, la presenza di «dati fabbricati e immagini falsificate» di sana pianta. Il primo firmatario, Kevin W. Ng, ha ammesso le proprie responsabilità, bissando un identico e clamoroso ritiro di una sua ricerca oncologica, all’inizio dell’anno su Nature.

Le folli spese comunitarie per i vaccini

Questa vicenda solleva un velo fastidioso su una realtà che per anni è stata dogma indiscutibile. Pur di tenere artificialmente in piedi la narrazione di una minaccia perennemente apocalittica – utile a giustificare la somministrazione seriale e perpetua di prodotti farmaceutici – una parte della comunità scientifica si è ridotta a fabbricare prove in laboratorio, inventando i dati.

Ma l’inganno dei laboratori si specchia perfettamente nel cinismo dei mercati e dei contratti blindati. Mentre la scienza falsificava i presupposti per presunti vaccini universali, la politica blindava i profitti di Big Pharma a spese dei contribuenti.

Come ha rivelato ieri il Fatto quotidiano, tra il 2023 e il 2026, a emergenza sanitaria ampiamente scaduta per decreto, il ministero della Salute italiano ha superato il miliardo di euro speso in fiale Pfizer-BioNTech destinate quasi interamente al macero. Un’emorragia finanziaria figlia del contratto siglato a suon di sms secretati tra Ursula von der Leyen e l’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla, che è costato all’Italia una fattura complessiva superiore ai 2,6 miliardi dal 2021 (pari a 36 milioni di euro al mese).

La beffa tocca vette grottesche: l’Italia ha pagato persino 288 milioni di euro di sole penali nel 2023 per rinunciare a 24 milioni di dosi mai prodotte e mai consegnate, ritenute palesemente in eccesso.

Il mito (costoso) del «vaccino universale»

Oggi, con una campagna vaccinale desertificata che attira meno di un milione di persone a fronte degli 11 milioni dell’antinfluenzale, nove fiale su dieci scadono e vengono buttate. Eppure i pagamenti proseguono impetuosi: nonostante i primi stop della Ragioneria di Stato e i rilievi della Corte dei Conti, i decreti ministeriali hanno sbloccato i fondi liquidando l’affare come un obbligo europeo a cui non ci si poteva opporre.

Gli Stati, insomma, hanno coperto i rischi d’impresa investendo 30 miliardi di dollari a fronte dei 16 delle multinazionali, ma i profitti – circa 90 miliardi fino al 2023 – sono rimasti rigorosamente privati. In questo scenario di dati alterati e sprechi, la macchina burocratica ministeriale continua imperterrita a raccomandare la vaccinazione anti-Covid.

Il paradosso raggiunge il culmine nell’ultima circolare ministeriale, dove i tecnici della Salute insistono nel raccomandarne la somministrazione perfino alle donne in gravidanza, specificando che l’inoculazione può avvenire in qualsiasi mese della gestazione.

Cosa è cambiato dopo il Covid

Il caso della subunità S2, dunque, non è che l’ennesimo sintomo di una patologia sistemica molto più profonda, che investe l’intera comunità scientifica, ridotta a un oligopolio commerciale blindato. I «testi sacri» dell’ortodossia medica mostrano crepe strutturali sempre più evidenti, aprendo un capitolo inquietante sulla loro reale affidabilità e indipendenza. E quella che si sta consumando sul campo di battaglia della salute pubblica globale è ormai una guerra a colpi di evidenze scientifiche.

Negli Stati Uniti, nel frattempo, si cerca d’invertire la rotta, pianificando la nascita di pubblicazioni statali indipendenti, mentre la nuova rivista The Journal of The Academy of Public Health, co-fondata dal capo del Nih, Jay Bhattacharya, raccoglie il gotha della scienza non allineata.

Un netto passo avanti rispetto ai tempi cupi della pandemia, segnati dallo studio «The Proximal Origin of Sars-CoV-2» su Nature – usato dai collaboratori di Anthony Fauci per blindare la tesi, falsa, dell’origine naturale del virus, salvo smentirsi nelle email private – o dal Lancet Gate, che stroncò l’idrossiclorochina per poi vedere il paper ritirato poco dopo nel silenzio generale.

Per il ministro della salute Robert Kennedy Jr. e la nuova dirigenza sanitaria il percorso di bonifica sarà lungo, perché le istituzioni hanno dissipato un patrimonio inestimabile: la fiducia dei cittadini.

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