Sanità, il Tar blocca le nuove tariffe. Rischio gennaio di caos in ospedale
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Il tribunale ha sospeso il decreto che ridefiniva l’accesso a visite ed esami ambulatoriali: si ritorna dunque ai vecchi codici. Disagi in vista: le Regioni avevano già adeguato i nomenclatori. Tutto da rifare pure per i Lea.

Nulla di fatto per il Decreto tariffe che, atteso da decenni e pubblicato in Gazzetta ufficiale lo scorso 26 novembre, era finalmente entrato in vigore ieri, istituendo nuove prestazioni da erogare a carico del Servizio sanitario nazionale o con il pagamento di un ticket. A rovinare quella che il senatore Guido Liris (Fdi) aveva definito «giornata storica per la sanità italiana», è la sentenza del Tar del Lazio che ha sospeso il decreto del ministero della Salute con le nuove tariffe per esami e visite ambulatoriali, accogliendo l’istanza cautelare presentata dalle associazioni di categoria maggiormente rappresentative del settore dei laboratori e cliniche private accreditate. Tutto da rifare, quindi, per le prestazioni specialistiche, ferme da 28 anni e per i Lea, Livelli essenziali di assistenza – che attendevano dal 2017 – fino ad almeno il prossimo 28 gennaio, data fissata per l’udienza collegiale.

Curiosa la motivazione con cui è stata accolta la richiesta avanzata dai laboratori di analisi e dalle cliniche private. Per il tribunale amministrativo, dal momento che il nuovo Decreto tariffe «è stato adottato dopo oltre 20 anni dai precedenti nomenclatori» si delinea «l’insussistenza dell’urgenza». Viene da chiedersi in base a quale motivo si possa definire «non urgente» una misura attesa da decenni da cittadini costretti a pagare di tasca propria, con tariffe che variano in base alla residenza, visite specialistiche ed esami necessari per curare malattie croniche, accedere a pratiche di procreazione medicalmente assistita (Pma), terapie innovative contro patologie oncologiche. La misura bloccata dal Tar del Lazio infatti cercava di mettere ordine e armonizzare l’accesso a visite, esami e protesi fissando tariffe omogenee a livello nazionale. La sentenza di ieri, pur non riguardando le protesi, blocca l’aggiornamento di 1.113 voci su 3.171 del nomenclatore (il 35%) per il quale erano stati stanziati 550 milioni di euro. «Siamo convinti», spiegano gli avvocati Giuseppe Barone e Antonella Blasi, del Forum Team-Legal Healthcare, che hanno seguito il ricorso al Tar del Lazio presentato dalle associazioni di categoria maggiormente rappresentative (Federanisap, Aiop, Uap), «che il nuovo decreto tariffe violi i principi costituzionali di efficienza e buon andamento della pubblica amministrazione. Le tariffe non tengono conto dell’incremento dei costi e delle difficoltà operative causate dalla pandemia e dalla crisi economica. L’istruttoria che ha condotto all’approvazione delle tariffe è risultata inoltre incompleta e lacunosa. Non è stata garantita una rappresentazione adeguata dei costi reali e delle esigenze delle strutture sanitarie accreditate». Il ricorso mira a «evidenziare la carenza istruttoria, la mancata considerazione dell’andamento dei costi produttivi aggiornati e le criticità giuridiche e metodologiche del decreto». Ma non solo. «Il decreto ministeriale è illegittimo per violazioni di norme costituzionali – affermano gli avvocati Alberto Polini e Alessandro Diotallevi -. Le tariffe approvate determinano poi una riduzione media del 22-27% rispetto ai valori precedenti, compromettendo la sostenibilità operativa delle strutture accreditate. Questo impatto è particolarmente grave per le strutture private che potrebbero essere costrette a cessare l’erogazione dei servizi e per i cittadini che dovranno ricorrere a determinate prestazioni a proprie spese, creando evidenti disparità di trattamento». Il team, su mandato delle associazioni di categoria e in collaborazione con le stesse, «si riserva entro la data d’udienza già fissata di elaborare una proposta conforme alla Costituzione nell’interesse primario della tutela al diritto alla salute. Ovviamente la pubblicazione di detto provvedimento cautelare costringerà anche le Regioni ad adeguarsi alla decisione del giudice amministrativo», concludono i legali.

Tradotto per il cittadino? Fino a nuovo ordine: gli aspiranti genitori dovranno continuare a sborsare cifre differenti, in Regioni diverse, per poter afferire ai centri di Pma; oltre 100 nuove patologie non entreranno nell’elenco delle malattie rare, non sarà consentita la diagnosi e il monitoraggio della celiachia, il riconoscimento dell’endometriosi quale malattia invalidante, nuovi screening neonatali, nuovi strumenti diagnostici come l’enteroscopia con microcamera ingeribile, esami e visite per monitorare disturbi alimentari quali l’anoressia e la bulimia. I pazienti oncologici non avranno accesso a nuove metodiche di indagine genetica fondamentali per cure personalizzate e più efficaci, prestazioni innovative come la radioterapia stereotassica, adroterapia e radioterapia con braccio robotico.

Si ritorna quindi ai vecchi codici delle prestazioni in attesa della nuova pronuncia. Eppure le Regioni avevano già adeguato i nomenclatori con quelli nuovi. Il rischio, almeno a gennaio, è quello del caos.

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