Padelle antiaderenti, sì o no? Ecco quello che c’è da sapere
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  • Scoperto per caso in laboratorio, il politetrafluoroetilene è inodore e resiste anche ad alte temperature. Sostituisce perfettamente olio e burro, permettendo di rispettare più facilmente un regime dietetico ipocalorico. Non reagisce a contatto con altre sostanze chimiche, ma rimane pur sempre un materiale plastico. Il marketing ha esagerato il bisogno di mangiare «senza grassi». Senza contare che ci sono altri modi per ridurli.
  • Il rivestimento non è ritenuto cancerogeno. Ma alcuni composti impiegati nella sua realizzazione sono oggetto di restrizioni.

Lo speciale contiene due articoli.

Le pentole antiaderenti sono sembrate la quadratura del cerchio e, per alcuni aspetti, lo sono. Ma presentano delle criticità che è bene conoscere. Partiamo dall’inizio. Si chiama rivestimento antiaderente perché si tratta di uno strato molto sottile che riveste la superficie interna della pentola, della padella, del tegame da forno, della griglia. E quel rivestimento è un polimero (quindi plastica), il politetrafluoroetilene, abbreviato con l’acronimo PTFE. Ripercorriamo la storia dell’antiaderente, ci aiuterà anche a capire bene cosa, in questi rivestimenti, può essere dannoso per la salute.

Il chimico statunitense Roy J. Plunkett nel 1938 scopre il politetrafluoroetilene. Accade accidentalmente. Roy sta lavorando a un clorofluorocarburo da usare come refrigerante per i cicli a compressione. A un certo punto, sta misurando la portata di gas di una bombola che conteneva tetrafluoroetene gassoso, ma la portata di gas si stoppa molto prima che la bilancia (pesare la bombola serviva a stimare il contenuto di gas) segnali la bombola vuota. Così Plunkett taglia in due la bombola e nota sulle pareti interne una patina bianca cerosa, scivolosa e resistente anche posta a contatto con potenti agenti chimici: è il politetrafluoroetilene. La Kinetic Chemicals brevetta il prodotto nel 1941 e nel 1945 gli attribisce il nome commerciale di «Teflon». La patina è nata così: le molecole del gas TFE, composte ognuna da due atomi di carbonio e quattro di fluoro, si erano unite in un polimero, che venne chiamato politetrafluoroetilene (PTFE). Questo è l’antiaderente che da qualche decennio, ormai, cucina con noi (e per noi): inodore, non solubile in acqua e in nessun solvente. È inerte, ovvero non reagisce con altre sostanze chimiche, non è infiammabile, non conduce elettricità e rimane stabile fino a temperature molto elevate. Tutte queste caratteristiche hanno fatto del politetrafluoroetilene un prodotto industriale di grande successo, sempre più usato a partire dalla seconda metà del secolo scorso.

Il PTFE è più conosciuto coi suoi nomi commerciali, come Teflon, Fluon, Algoflon, Hostaflon, Inoflon e Guaflon e in questi sono aggiunti altri elementi come stabilizzanti e fluidificanti oppure silice per aumentare la resistenza. L’antiaderente, quindi, è un materiale plastico di indubbio vantaggio. Un materiale plastico estremamente liscio, capace di resistere a temperature alte, per la precisione fino a 260 °C, tanto antiaderente quanto chimicamente inerte ossia con una scarsa o nulla tendenza a partecipare a reazioni chimiche con altre sostanze. Inoltre, il PTFE è il materiale con coefficiente di attrito più basso conosciuto. In fisica, l’attrito è una forza che si oppone al movimento o allo spostamento di un corpo relativo alla superficie su cui si trova: se si manifesta tra superfici in quiete relativa si parla di attrito statico, se invece si manifesta tra superfici in moto relativo si parla di attrito dinamico. Ecco perché l’antiaderente ha conquistato i produttori di tegami: sostituisce perfettamente i grassi come olio e burro permettendo ai cibi di non attaccarsi al tegame come accadrebbe se mettessimo, per dire, un delicatissimo filetto di pesce in una padella di acciaio senza un filo di olio o di burro a tutta temperatura. Cuocendo in pentola non antiaderente e senza grassi il filetto si attacca. Cuocendo in pentola antiaderente senza grassi il filetto non si attacca e, una volta che infiliamo la paletta tra il filetto e il tegame per prelevare il filetto e metterlo nel piatto, la paletta scivola, entra perfettamente. Se il filetto fosse attaccato al tegame, invece, non scivolerebbe e dovremmo casomai spingere con la paletta per staccare la pelle del filetto attaccata al tegame, chiaramente sfracellandola e, contemporaneamente, sfracellando il filetto. Ecco perché la cottura in tegame diversa dalla bollitura ha conosciuto una vera e propria new age con l’avvento dell’antiaderente, che ha coinciso con l’incipiente esigenza di mangiare dietetico dopo i bagordi dei primi decenni del boom economico e la diffusione sempre maggiore del sovrappeso. Una bistecca fritta in olio ha le calorie di bistecca e di olio, una «fritta» in padella antiaderente ha solo quelle della bistecca. Si può obiettare che per cuocere la carne senza usare grassi esisteva già la cottura alla griglia o, per dire, al girarrosto. Certo. Ma esistono anche i tegami antiaderenti, nei quali per esempio mantecare il risotto senza burro: l’antiaderente ha riguardato tutta la cucina, non solo quella parte che usa le padelle per friggere o soffriggere. E, in generale, l’industria è eccezionale nel creare e diffondere nuovi prodotti che a ben guardare non servirebbero, creando al contempo non solo un mercato o una fetta di mercato prima inesistente (fregando mercato o fette di mercato al mercato preesistente), ma nuove consuetudini. In questo caso, di cottura.

Quindi, in definitiva, l’antiaderente è qualcosa di miracoloso e punto? Beh, no. Se si cerca in Google, una delle domande più frequenti è «Le pentole antiaderenti sono cancerogene?».

Facciamo luce. Innanzitutto occorre sapere, che come spiega l’Airc, col PTFE non si rivestono solo tegami: per le sue caratteristiche è impiegato in numerosi prodotti plastici come filtri, guarnizioni, valvole, protezioni di vario tipo contro la corrosione, protesi vascolari, impianti dentali e, nella forma del politetrafluoroetilene microporoso, in alcuni tessuti sintetici altamente impermeabili e traspiranti usati per realizzare indumenti «tecnici» per sportivi. Tornando alle nostre padelle e tegami, il rivestimento antiaderente è in genere di colore nero ed è composto da diversi strati di PTFE che rivestono un substrato in metallo, spesso alluminio. Il numero degli strati può variare, così come il metallo sottostante, e questi due elementi determinano la qualità del tegame. Quando leggete «antiaderente in ceramica» non vuol dire che il tegame sia di ceramica, ma vuol dire che un tegame di metallo è stato ricoperto con strati di antiaderente contenenti polvere di ceramica. È molto diversa da una padella di ceramica.

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