- Impariamo a calcolare bene il nostro indice di massa corporeo e a seguire una dieta sana che non escluda l’assunzione di lipidi.
- Il chirurgo Diego Foschi: «Chi ha qualche chilo in più finisce spesso nelle terapie intensive e questo ha ingenerato ansia Cresce il fenomeno tra i più piccoli: siamo al secondo posto in Europa. Serve una campagna di prevenzione».
Lo speciale comprende due articoli.
L’associazione tra pandemia e allarme, «allarme covid», «allarme contagi», «allarme varianti», «allarme assembramenti» eccetera, è ormai il normale registro comunicativo di media, virologi e politici mainstream. Il messaggio pare essere che solo il virus Sars-CoV-2 responsabile del Covid-19 attenti alla nostra salute. In realtà, ci sono, ahinoi, tante altre occorrenze insalubri come e anche più di quella pandemica, sia da sole, sia se comorbili col Covid-19. Una tra le più preoccupanti è l’obesità. Il lemma «obeso» viene dal latino obesus, derivazione del participio passato di edere cioè «mangiare» rafforzata dalla particella ob e vuol dire «che ha mangiato troppo».
Mangiare troppo e non smaltire è alla base dell’obesità primaria, quella secondaria, assai più rara, può dipendere da problemi tiroidei, ipofisari, surrenali, diabetici e genetici. In entrambi i casi, siamo di fronte a un accumulo di grasso corporeo che si misura tramite l’Indice di massa corporea (Imc), risultato della divisione dei kg di peso per il quadrato dei metri di altezza della persona. Per l’Oms, si è in sovrappeso con un Imc da 25 a 29,99 e obesi con Imc da 30 in su. Con Imc superiore a 40 o fra 35 e 40 più altri fattori di rischio si può ricorrere alla chirurgia bariatrica.
Rispetto ai dati degli anni Ottanta, l’obesità nel mondo è raddoppiata: ci sono ragioni per allarmarsi, ma chi lo fa è sempre più sovente osteggiato. Sovrappeso e obesità sono infatti diventate oggetto di un singolare doppio status: da una parte seria patologia, dall’altro battaglia di area progressista contro una presunta discriminazione degli obesi tacciando anche l’allarme medico di essere discriminatorio. Nella prefazione a Grassi. Una storia culturale della materia della vita di Cristopher E. Forth, Costanza Rizzacasa d’Orsogna cita lo studio sull’evoluzione del pregiudizio implicito negli Stati Uniti di Tessa E. S. Charlesworth e Mahzarin R. Banaji del dipartimento di Psicologia di Harvard che ha esaminato 13 anni di preconcetti nei confronti di 6 indicatori: orientamento sessuale, razza, colore della pelle, età, disabilità e peso. Tutti i pregiudizi sarebbero diminuiti, quale più quale meno, mentre «quello contro le persone grasse è aumentato del 40%».
Ancora: «La effe di fat è la nuova lettera scarlatta. Niente oggi è più demonizzato di un corpo extralarge. Un bullismo che la medicina stessa, per moltissimo tempo parte del problema, avalla». Su Fat shame. Lo stigma del corpo grasso di Amy Erdman Farrell, che insegna Women’s Gender and Sexuality Studies al Dickinson College di Carlisle in Pennsylvania, campeggia una bandella di Maura Gancitano, fondatrice di Tlon, casa editrice del libro in Italia, dal testo allarmatissimo non per l’epidemia di obesità ma per la discriminazione dell’obesità poiché recita che «il primo saggio sulla grassofobia a uscire in Italia» ha «il compito di aprire una riflessione su quanto siano profondi i pregiudizi sociali nei confronti dei nostri corpi».
Scherzano? No, pensate che esiste anche il movimento Fat feminism. L’accusa di grassofobia a chi, naturalmente rifiutando il bullismo verso qualsiasi corporatura, però ricorda a costoro che l’eccesso di grasso corporeo è un problema di salute, non sorprende: com’è accaduto per le minoranze etniche, religiose e di genere, la creazione dell’etichetta narrativa dei poveri vessati da una schifosa e fascistoide società, nelle cui vene non scorrerebbe sangue ma odio, ora anche per gli oversize, dà il via al solito carrozzone della silenziazione coatta di chiunque metta in discussione il diktat narrativo del «discriminato» e poi del business, dai vestiti sexy utili a esibire il fat pride a, appunto, i libri. Sul sito di Tlon è ben illustrato come il libro possa essere acquistato anche con Carta del Docente e 18app di istituzione renziana e nel menu «Cosa facciamo» è presente anche il link alla mail di Odiare ti costa dell’avvocato Cathy La Torre. Nessuno odia gli obesi e ingrassare troppo costa davvero: costa la salute e può costare la vita. Lo sanno bene le persone finite a chiedere aiuto al programma statunitense Vite al limite che mostra quanto sia dura uscire, perfino con l’aiuto della medicina, dalla condizione di grandi obesi, non ultima la «fat influencer» Vanilla Hippo, 441 kg, che guadagnava sui social network mangiando in diretta a pagamento. Naturalmente nei lidi progressisti si afferma che qualsiasi obiezione ai loro diktat della body positivity e della fat acceptance secondo i quali la Hippo, per esempio, non si stava autodistruggendo on line ma stava soltanto esercitando «la libertà di autodeterminare il suo canone estetico», sia solo la fascista affermazione di una norma discriminante. Ciò è falso. Si deve condannare (e non si deve esercitare) bullismo nei confronti di chiunque, ma è importante non trasformare l’obesità, che è una grave patologia, in una semplice opzione estetica senza conseguenze.
Passare dall’estremo del palestrismo (dal quale discendono anoressia e grassofobia alimentare), affermatosi qualche decennio fa col culto del corpo magro e perfetto, all’obesismo è sciocco ed errato: bisogna trovare il giusto equilibrio. Non assecondiamo l’esaltazione dell’obesità, dunque, ma evitiamo anche l’opposto della grassofobia alimentare: un po’ di grassi servono (proteggono e isolano gli organi, permettono l’assorbimento delle vitamine liposolubili come A, D, E, K, regolano la produzione di ormoni, nutrono il doppio di carboidrati e proteine con 9 calorie ogni grammo mentre quelli ne hanno circa 4). La dieta mediterranea prevede che circa il 25% dell’apporto calorico ideale per altezza ed età derivi dai lipidi: la «grassezza» dei grassi è un problema se esageriamo, perché in questo caso l’esubero sarà immagazzinato in riserve che ci condurranno al sovrappeso, all’obesità e all’obesità grave. Depatologizzare l’obesità non è una grande idea ed è una falsificazione della realtà. Il Fat feminism e compagnia se ne facciano una ragione.
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