- Il G20 ha lanciato la rivoluzione della sanità: meno terapie per i malati, vaccinazioni a tappeto come «prevenzione» con campagne di immunizzazione obbligatorie, green pass permanente. È un addio alla medicina. E anche alla libertà.
- «Non decide lo Stato come devo curarmi». Lo studioso di bioetica Alberto Giubilini: «Si vuole istituzionalizzare una misura di emergenza. Il sistema sanitario pubblico rischia di scomparire. Se la salute sarà garantita dalla tecnologia aumenteranno le disparità. È giusto proteggersi ma senza togliere diritti individuali».
- Brevetti, potere e una montagna di denaro. Dall’esperimento del 1987 la caccia ai soldi per finanziare studi costosissimi. Diventati redditizi con il Covid.
Lo speciale comprende tre articoli.
È strano immaginare un sistema sanitario pubblico concentrato sulla vaccinazione di tutti i sani, anziché sulla cura dei soli malati. Il futuro, però, è questo, ed è ormai delineato con chiarezza. Qualcuno, come Matteo Bassetti, lo ha già anticipato dichiarando che dobbiamo «rassegnarci a un futuro a mRna». Un lapsus freudiano, perché di solito non ci si «rassegna» alle buone notizie, quando sono tali. Il documento ufficiale che decreta il cambio di paradigma, epocale, è il testo conclusivo del G20 dei ministri della Salute (per l’Italia, Orazio Schillaci), pubblicato lo scorso 28 ottobre.
Per i Grandi del mondo, le tre questioni prioritarie per la salute sono: «Costruire la resilienza (ancora!, ndr) del sistema sanitario globale, armonizzare i protocolli sanitari mondiali, espandere gli hub globali di produzione e ricerca», con particolare attenzione a quelli che lavorano sulla tecnologia mRna (come la Fondazione mRna di Padova, che ha ricevuto 320 milioni del Pnrr coinvolgendo ben 36 «spoke» nella mangiatoia). L’obiettivo è «facilitare un migliore accesso ai servizi». Più ospedali? Più medicina territoriale? Più medici? Macché: il G20 identifica questi servizi con «vaccini, terapie (leggi farmaci, ndr) e diagnostica» (Vtd) a livello globale, ossia profilassi preventive per evitare che ci si ammali, nell’ambito dell’approccio One Health di cui ha parlato anche il presidente Giorgia Meloni a Bali.
Un arsenale a mRna realizzato innanzitutto per combattere le prime dieci minacce alla salute globale individuate dall’Oms (Ebola, Sars, Mers, lo stesso Covid che ha una mortalità dello 0,02% o la «malattia X», che ancora non si sa cosa sia, ma per prudenza è in lista). Nel mondo occidentale, però, si continua a morire di infarto, ischemia, cancro, diabete, malattie respiratorie. Ed è questo il punto d’approdo delle terapie a mRna: terapie e vaccinazioni non per le malattie del terzo mondo ma per quelle del primo. Le malattie non trasmissibili, insomma: tumori, diabete, glaucoma, le cosiddette «malattie dei ricchi» e dei servizi sanitari «ricchi».
Mesi fa, il direttore di Oms Europa, Hans Kluge, aveva spiegato che siamo chiamati a combattere una «permacrisi» globale. La popolazione mondiale aumenta (abbiamo da poco superato gli 8 miliardi), curare tutti non è più sostenibile e le tecnologie terapeutiche a mRna – nella mente dei cervelloni della salute globale – rappresentano la soluzione. È su queste che si stanno concentrando i maggiori investimenti, miliardi di euro destinati non a migliorare strutture ospedaliere, costruire più ospedali o formare nuovi medici, ma a far produrre, per ogni malattia, vaccini e terapie ad hoc da aziende e organismi privati. Quelli coinvolti dai Grandi del mondo sono i soliti, riconducibili a una sola persona, quel Bill Gates benedetto dal World economic forum: Global fund (cui l’Italia ha versato finora più di un miliardo e mezzo di dollari), Gavi Alliance, Cepi, Unitaid, eccetera, ai quali il G20, che rappresenta le istituzioni, riconosce ufficialmente il ruolo di «partner». È rivolto a loro, e alle «filantropie» (citofonare Soros), l’appello a «sostenere investimenti, organizzazioni e iniziative sanitarie». Un vaccino per evitare il cancro, un vaccino per evitare il diabete, e via dicendo, da somministrare a tutti, dai neonati ai centenari. Sembra un futuro lontano, ma è già il nostro presente.
Lo step successivo, sperimentato per la prima volta con il Covid, è il passaggio all’obbligatorietà di queste profilassi vaccinali e terapeutiche con la giustificazione che «non si possono intasare gli ospedali». Qui, rientrano in scena le istituzioni, con il meccanismo gradualmente avviato in pandemia. In teoria, tutta l’impalcatura del green pass non serve più; in realtà continua a esistere. In teoria, soltanto i medici e soltanto in pochissimi Paesi (tra i quali, neanche a dirlo, l’Italia) sono stati forzati a vaccinarsi; in realtà nel documento del G20 la certificazione verde anti Covid deve essere implementata su scala globale, dato che i ministri «si adoperano per procedere verso meccanismi che convalidino la prova della vaccinazione». In teoria, l’obbligatorietà è durata pochi mesi e ha riguardato soltanto un vaccino, l’anti Covid; in realtà sarà estendibile ad altri vaccini perché «bisogna capitalizzare il successo degli standard esistenti e del green pass per rafforzare la prevenzione e la risposta alle future pandemie».
Non è un caso che la federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo) abbia modificato le regole deontologiche della professione, annunciando che saranno introdotti articoli relativi ai vaccini e alle vaccinazioni: i medici non potranno sconsigliarne l’utilizzo. L’archetipo, insomma, abbiamo imparato a conoscerlo: perennizzazione della crisi sanitaria attraverso il paradigma ideologico della «permacrisi», commissionamento del prodotto salvifico (vaccini e terapie mRna) a privati che ne assicurano produzione e gestione – e fin qui niente di nuovo – ma poi anche deresponsabilizzazione dello Stato a discapito del cittadino, perché le tasse (già molto alte nell’Ue) non bastano più. Ciliegina sulla torta: i nuovi farmaci saranno realizzati nei Paesi poveri del mondo: una mancia non si rifiuta a nessuno e la propaganda buonista vuole sempre la sua parte.
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