L’Aifa si sveglia: «Segnalate gli effetti avversi dei vaccini»
(Luka Dakskobler/SOPA Images/LightRocket via Getty Images)
L’invito dell’Agenzia arriva dopo oltre 90 milioni di dosi iniettate e un monitoraggio opaco. Resta il nodo: chi rimborsa le vittime?

«Sei un medico e sospetti che un tuo paziente abbia una reazione avversa in seguito alla vaccinazione? Assicurati di inviare una segnalazione. Aiutaci a saperne di più sui benefici e i rischi dei vaccini».

È questa la versione social dell’avviso (direbbero i «competenti»: del reminder) premurosamente diffuso dall’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco. Iniziativa lodevole, esattamente nello spirito di un’efficace e appropriata azione di farmacovigilanza: monitorare i problemi, richiedere segnalazioni sistematiche e dettagliate, e alzare tutte le antenne per verificare nel modo più capillare e più rapido possibile ogni eventuale evento negativo legato alla vaccinazione. Se è consentito ricordarlo, è esattamente ciò che questo giornale aveva chiesto – in solitudine – per mesi, non di rado attirandosi accuse ingiuste e maliziose. E allora perché ne parliamo oggi? Cosa c’è di sbagliato nell’iniziativa dell’Aifa? Il guaio è che questo ricordo è arrivato appena 48 ore fa (su Twitter, per l’esattezza, è stato pubblicato alle ore 13.56 del 2 novembre scorso, l’altro ieri). Come dire: il reminder è arrivato dopo circa 8-9 mesi (il tempo di una gravidanza) dall’inizio della campagna vaccinale di massa, e dopo circa 90 milioni di dosi già somministrate.

Per carità: la pagina per le segnalazioni c’era anche prima, è vero. Ma non sarebbe stato più saggio battere sin dall’inizio su questo tasto? Intendiamoci bene: realizzare i vaccini anti-Covid in un tempo così rapido è stato un autentico miracolo della ricerca e del mercato, una cosa di cui l’Occidente avanzato può giustamente andare orgoglioso. Ma proprio tale circostanza si sarebbe ben attagliata a una comunicazione di questo tipo, improntata alla massima chiarezza e collaborazione con l’opinione pubblica: cari cittadini, vi mettiamo a disposizione questo potente strumento, realizzato in tempi ultracompressi; a maggior ragione, mentre vi raccomandiamo di vaccinarvi, è il caso di monitorare in modo dettagliato tutto ciò che dovesse eventualmente non funzionare, per farne patrimonio comune di conoscenza, di apprendimento, di miglioramento. Perché un discorso del genere non è stato fatto da subito, con sincerità e autorevolezza, dalle massime autorità politiche e sanitarie italiane? E infatti il ragionamento che abbiamo ipotizzato – pari pari – è esattamente quello che ha guidato Londra. Sin dal calcio d’inizio della campagna vaccinale britannica, sui siti governativi Uk è stata aperta con massima evidenza una pagina dedicata alle potenziali «adverse reactions». Il calcolo del governo britannico è stato: giochiamo a carte scoperte, scommettiamo sul «conoscere per deliberare», offriamo ai cittadini il massimo di conoscibilità anche delle più piccole e marginali reazioni negative, oltre che di quelle più gravi e macroscopiche, e proprio questa trasparenza farà crescere la fiducia dell’opinione pubblica. Spiace dirlo, ma la sensazione è che qui in Italia ci sia mossi in modo assai diverso e più opaco. Le informazioni sugli effetti avversi sono state spesso nascoste e attenuate, anche dai media. E adesso, il fatto stesso che negli 8-9 mesi passati le cose siano andate in questo modo fa sorgere interrogativi (legittimi e tutt’altro che complottistici) sulla credibilità delle cifre ufficiali rese note finora sulle reazioni negative. Tra l’altro, un interrogativo s’impone oggettivamente: anche dando fiducia alle cifre ufficiali, come, quando e quanto sono state risarcite le vittime, le famiglie delle 16 persone morte e delle centinaia o migliaia variamente colpite? E invece spesso si è addirittura preferito criminalizzare o comunque gettare sospetto su chiunque osasse dubitare e porre domande.

Al di là di un atteggiamento fastidiosamente paternalistico, qual è stato – allora – il probabile retropensiero delle autorità? Forse, il timore che eventuali brutte notizie potessero nuocere alla campagna vaccinale. Ma è stato un calcolo sbagliato, a nostro avviso: occorre sempre scommettere su un’opinione pubblica libera e informata, anziché puntare su cittadini disinformati, spaventati, e quindi da trattare come sudditi impauriti e obbedienti. È la stessa logica perversa che ha portato a sacrificare il tema delle cure, anch’esse viste come «concorrenziali» rispetto al vaccino. Pure in questo caso, La Verità aveva suggerito sin dall’inizio un approccio diverso: segnalando che il vaccino sarebbe certamente stato l’arma principale, ma che sarebbe stato autolesionistico e sciocco considerarlo l’unica arma a disposizione, dimenticando tutto il resto. E adesso, allora? Sia pure in grave ritardo, sarebbe il caso di abbandonare un approccio dogmatico e quasi religioso a tutta questa materia. E di adottare – invece – criteri di massima trasparenza sulle reazioni avverse proprio mentre sta partendo l’ondata delle terze dosi. Come si può pensare che i più anziani e i più fragili si mettano un’altra volta in fila a cuor leggero, se dovessero aver ragione di temere di essere stati tenuti all’oscuro di informazioni decisive?


Ci riflettano le autorità: la massima trasparenza è non solo un dovere per i pubblici poteri, ma anche un buon investimento per il futuro. Vale oggi e vale domani: sarà o sarebbe durissimo riconquistare la fiducia di cittadini che si riterranno o si ritenessero ingannati, trattati come ragazzini da tenere all’oscuro e da sottoporre alla perenne tutela dei mitici «competenti».

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