La rabbia dei sindaci dei Comuni isolati: «Il governo ci tratta come avessimo colpe»
Arriva anche l’esercito a presidiare i paesi in quarantena: «Qui è come stare ai domiciliari. Ci sentiamo abbandonati».

«Ci sentiamo cornuti e mazziati, io vedo i sacrifici della mia gente e tutti gli sforzi che stanno facendo, e sento dire dal governo che lo scoppio dell’epidemia sarebbe colpa del nostro ospedale». È amareggiato Francesco Passerini, il sindaco di Codogno, dopo le parole di Giuseppe Conte di lunedì sera.

Il Comune, insieme agli altri nove della zona rossa del Lodigiano e di Vo’ Euganeo, in Veneto, continua a essere in quarantena. Le serrande dei negozi rimangono abbassate, i posti di blocco presidiano gli accessi ai paesi per controllare che nessuno entra o esca dalle aree in isolamento e le persone continuano a chiedersi per quanto durerà questa situazione surreale. Da ieri, a presidiare gli ingressi dei Paesi, è arrivato anche l’esercito.

Da un giorno all’altro, da quando è risultato positivo al coronavirus Mattia, il trentottenne di Codogno, la vita di decine di migliaia di persone è cambiata. Come è comprensibile, il nervosismo e l’ansia hanno colto più di qualcuno, soprattutto a causa dell’incertezza sulla durata dei provvedimenti speciali che hanno blindato i Comuni.

Ma, come racconta Passerini, l’unione fa la forza: «Sono molto orgoglioso dei miei concittadini, stanno vivendo la situazione con il senso di responsabilità di chi sta facendo sacrifici in vista di un interesse non solo locale, ma nazionale. Certo, all’inizio non è stato facile, essere praticamente ai domiciliari non è bello, ma nei limiti del possibile, i cittadini si stanno comportando in modo egregio». In tutto il Lodigiano le autorità locali e i cittadini si sono tirati su le maniche. Nessuno deve sentirsi abbandonato o solo, soprattutto gli anziani, che hanno meno accesso alle informazioni non essendo abituati all’uso di Internet e dei social.

A Codogno, il sindaco insieme ad altri volontari, grazie alla disponibilità dei proprietari di una radio in funzione una decina di anni fa, trasmetterà tre volte al giorno in tutti i Comuni della zona rossa le informazioni essenziali, come le aperture dei supermercati e delle farmacie. Nel centro di coordinamento del Paese, gestito dal primo cittadino e altri compaesani, vengono organizzate le consegne di pasti a domicilio e dei farmaci salva vita e fornito del denaro contante a chi ha problemi di liquidità a causa del mancato rifornimento degli sportelli bancari. Una serie di servizi, nate dall’iniziativa delle persone, per sopperire alle mancanze dello Stato: «Se aspettavamo le autorità centrali chissà come saremmo messi. Ci sentiamo cornuti e mazziati, io vedo i sacrifici della mia gente e tutti gli sforzi che stanno facendo, e sento dire dal governo che lo scoppio dell’epidemia sarebbe colpa dell’ospedale di Codogno, colpevole di non aver seguito i protocolli» si sfoga Passerini, «Lo Stato dovrebbe ringraziare i nostri medici che hanno fatto più di quanto previsto dalle direttive dell’Iss e hanno identificato il primo paziente. Il personale medico e infermieristico sta lavorando senza sosta. Va ringraziato. Invece di stare vicino al territorio, il governo scarica la responsabilità. Sembra quasi sia colpa nostra, che ce la siamo cercata».

Un sentimento di abbandono che condivide anche Elia Delmiglio, il sindaco di Casalpusterlengo, il Comune della seconda vittima del virus: «I provvedimenti sono stati presi in ritardo, ci sentiamo abbandonati. Molti dei miei cittadini sono preoccupati per il loro lavoro. Abbiamo lanciato un appello al governo da parte delle partite Iva e da tutto il mondo produttivo che è fermo. I lavoratori si sentono abbandonati». L’impossibilità di lavorare è ciò che spaventa di più anche Valter Zattarini, di Vo’ Euganeo, paese identificato come il focolaio veneto, messo come quello lombardo in quarantena: «Faccio il marmista a Caorle, nel Veneziano, e da venerdì non posso più uscire da qui». Anche il Comune del Padovano è blindato, rimangono aperte solo le farmacie, i supermercati e la scuola media. L’istituto, però, non accoglie gli alunni, ma le persone chiamate giorno per giorno a fare obbligatoriamente il tampone: «Ogni mattina un foglio sulla porta del municipio elenca alcune vie e tutti i residenti devono andare il giorno stesso a fare il test, domani tocca a me, speriamo bene».

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