Oggi, 2 giugno, si festeggia l’ottantesimo della Repubblica, ma in realtà gli italiani dovrebbero celebrare il ritorno della monarchia. In nessun altro Paese occidentale dove sia consentito il voto e dove il compito di rappresentare il popolo sia affidato a un parlamento democraticamente eletto, esiste una figura istituzionale, con poteri ampi come la scelta del premier e lo scioglimento delle Camere, che resti in carica per 14 anni senza mai rispondere del proprio operato.
In Francia il presidente della Repubblica è eletto per cinque anni, una volta scaduti i quali i francesi possono rieleggerlo, come è successo con Emmanuel Macron, o possono mandarlo a casa, come è accaduto con Nicolas Sarkozy. In Germania, nonostante l’autonomia del capo dello Stato sia molto più ridotta rispetto a quella della République, il mandato è pure di cinque anni, rinnovabili una sola volta. Stessa cosa in Grecia, Ungheria, Bulgaria, Repubblica Ceca e in Polonia. Fanno eccezione la Romania, dove il presidente resta in carica quattro anni, come pure la Moldovia, che però non fa parte della Ue, oppure gli Stati Uniti. Insomma, in nessun Paese occidentale c’è un capo dello Stato - occhio: non un re - che senza sottoporsi al giudizio degli elettori resti al suo posto sette anni, rinnovabili per altri sette e, se l’età e la salute lo consentono, aggiungerne altri, fino a diventare di fatto un monarca.
Quando i padri costituenti stabilirono il mandato presidenziale, optando per sette invece che cinque, pareva implicito che non fosse possibile alcuna rielezione. E così è stato fino al 2013, ovvero per 67 anni, quando un parlamento senza maggioranza, diviso fra 5 stelle, sinistra e centrodestra, non sapendo decidere chi nominare al posto di Giorgio Napolitano, si arrese al bis. L’ex parlamentare comunista, per la prima volta nella storia della Repubblica, rimase al Quirinale nove anni, coprendo dunque due legislature, dimettendosi prima dello scadere del secondo settennato per ragioni personali. Mattarella, al contrario, il giorno stesso in cui fu rieletto chiarì che non se ne sarebbe andato in anticipo, deciso a restare fino alla fine. Dal suo insediamento, il 3 febbraio del 2015, sono trascorsi 11 anni e altri tre gliene restano. Al Quirinale ha visto passare cinque presidenti del Consiglio e sei governi e nel 2027 toccherà ancora a lui decidere a chi affidare l’incarico di formare l’esecutivo che verrà. Come dicevo, non esiste alcun altro Paese che abbia un capo dello Stato in carica così a lungo.
Ma l’anomalia non è solo quella: consiste anche nell’esondazione dei poteri del presidente. Il ruolo esercitato dai predecessori di Mattarella durante la Prima Repubblica era assai limitato. Come da articolo 87 della Costituzione rappresentavano l’unità della nazione, indicevano elezioni, nominavano i presidenti del Consiglio e, su proposta di questi, i ministri, presiedevano il Csm e il Consiglio superiore di Difesa. Punto. Poi, con la fine della Prima Repubblica e l’inizio di una debolezza strutturale dei partiti, il capo dello Stato ha iniziato ad acquisire sempre più potere, assegnandosi una sorta di controllo preventivo sulle leggi e anche un ruolo attivo sugli incarichi istituzionali. Senza, ribadisco, alcun mandato popolare.
La trasformazione da repubblica in monarchia è stata un passo breve, ma non è colpa di Mattarella, o per lo meno non solo sua. Il processo cominciato con Oscar Luigi Scalfaro, proseguito poi con Carlo Azeglio Ciampi, ha trovato un suo rafforzamento con Napolitano, per poi diventare completo con l’attuale inquilino del Quirinale, il quale esercita il suo compito ficcando il naso in disegni di legge, riforme, nomine, rapporti con altri Paesi e pure dettando la linea su immigrazione e politiche sulla sicurezza. C’è un libro, scritto da Gaetano Quagliariello e Lorenzo Castellani per la Luiss University Press che spiega bene la mutazione e si intitola Il Principe e la Repubblica. I due autori, il primo ex ministro e tra i saggi scelti da Napolitano per le riforme, il secondo docente di Storia delle istituzioni politiche, sostengono che i padri costituenti, per timore di un premier forte, scelsero una forma di governo intrinsecamente fragile, affidando ai partiti la mediazione. Ma la crisi della Prima Repubblica e l’arrivo di Tangentopoli hanno fatto venire meno il ruolo delle storiche formazioni politiche affermatesi negli anni della guerra, facendo emergere la figura di un nuovo «Principe della Repubblica» nella veste del capo dello Stato. Non essendoci un partito egemone scelto dagli elettori, l’egemonia la esercita il Quirinale. Con tutto ciò che ne consegue. Quattordici anni sono un periodo lunghissimo, soprattutto se il mandato non è sottoposto al giudizio degli elettori. Se poi a questo si aggiunge una certa tendenza del Colle ad auto celebrarsi e a non riconoscere gli errori, come la nomina di governi tecnici e il rinvio delle elezioni, la trasformazione da repubblica in monarchia è completa, con una certa adulazione anche della grande stampa verso il sovrano a cui vengono di volta in volta attribuiti meriti politici (basta leggere il sondaggio di ieri di Ilvo Diamanti), diplomatici (nel caso di visite all’estero) e perfino sportivi (se ci sono le Olimpiadi). Mancano solo i meriti canori e artistici, ma state tranquilli: siamo sulla buona strada e da qui alla fine del secondo settennato arriveranno anche quelli. Insomma, viva il monarca e abbasso il parlamento, che ormai con l’avvento di sua Maestà Re Sergio I conta sempre di meno e per risparmiare, visto quanto costa il Quirinale, converrebbe chiuderlo.