C’era un tempo in cui Renzo, il filatore lombardo dei Promessi Sposi, cercava scampo oltre l’Adda. Al di là del fiume c’era il territorio di Bergamo, e quindi la Serenissima: la Repubblica di San Marco, che per gli uomini del Seicento era una specie di terra promessa, con meno gabelle, più giustizia e un governo che funzionava.
Oggi i sindaci del Veneto orientale guardano a un altro fiume, il Tagliamento. Quella che per loro è la terra promessa ha un altro nome, Friuli Venezia Giulia, e non è più una repubblica ma una regione a statuto speciale.
Sono undici le amministrazioni del «far east» veneziano che guardano a Trieste: da Portogruaro a San Michele al Tagliamento, dove si trova Bibione, dove la Consulta comunale ha chiesto un referendum consultivo sul cambio di regione. In gioco ci sono, secondo i promotori, 1,4 miliardi di valore aggiunto turistico. Soldi che perderebbe, in caso di secessione, la regione guidata da Alberto Stefani.
Per questo il Consiglio regionale veneto ha approvato martedì un ordine del giorno presentato dalla consigliera regionale della Lega Rosanna Conte per tentare di bloccare l’iter che porterebbe proprio San Michele al Tagliamento, e quindi Bibione, in Friuli Venezia Giulia.
L’atto impegna formalmente la giunta regionale ad attivare «con la massima urgenza» – «una convocazione urgentissima» dice Conte – il Tavolo permanente per i Comuni del Veneto Orientale, inaugurato a giugno ma finora mai operativo, e a proporre un piano di sviluppo con risorse e interventi strutturali nei settori economici chiave.
Come riunire Veneto e Friuli concretamente
Uno dei piani sul tavolo è quello di Alessio Morosin, consigliere regionale della maggioranza. «L’unico modo per fermare la fuga dei Comuni veneti è dare risposte strutturali, non distribuire vaghi impegni o promettere interventi occasionali. Se San Michele al Tagliamento guarda al Friuli, significa che esistono ragioni concrete, economiche, fiscali e di servizi, che non possono essere ignorate», spiega l’esponente della Liga Veneta Repubblica.
E la sua risposta è rovesciare il problema: non trattenere i Comuni di confine, ma unire le due regioni nelle «Venezie», una macroregione a statuto speciale. Ci lavora dall’inizio della legislatura e il 22 ottobre l’ha portata a Trieste, in audizione alla Quinta Commissione del consiglio regionale friulano, accanto ai sindaci di confine. Ha citato gli studi della Fondazione Think Tank Nord Est e del Centro Studi del Consiglio veneto, secondo cui l’Irpef media dei Comuni veneti di confine è quasi il doppio di quella dei Comuni friulani di riferimento.
L’idea, del resto, non è un’invenzione. Il nome «Venezie» richiama la tripartizione dell’Ottocento (Tridentina, Euganea e Giulia) coniata dal linguista Graziadio Isaia Ascoli, e la Venezia Euganea era più o meno il Veneto più il Friuli. Per secoli gran parte del Friuli visse sotto San Marco, e dopo l’unità d’Italia il Friuli restò parte del Veneto.
La separazione è recente: il 27 giugno 1947 la Costituente approvò l’emendamento Tessitori, che istituì la regione speciale, e già allora, ricordano gli atti, c’erano deputati veneti che non volevano «cedere» il Friuli. La regione prese forma solo con lo statuto del 1963, dopo che Trieste era tornata all’Italia nel 1954.
La proposta di Morosin e l’interesse di Calderoli
Tornando all’attualità è interessante notare che Morosin ha ricevuto una lettera del ministro Roberto Calderoli, che «guarda con interesse» all’iniziativa e la riporta al tema delle macroregioni di Bossi e di Miglio. Il ministro avanza però anche rilievi giuridici sui possibili limiti costituzionali e chiede di essere aggiornato: non è un via libera, ma non è una porta chiusa.
In realtà è proprio la Carta che indica le istruzioni, sottolinea l’avvocato Morosin, citando l’articolo 132. Il primo comma consente la fusione di regioni esistenti, o la creazione di nuove con almeno un milione di abitanti, con legge costituzionale, sentiti i consigli regionali. Servono la richiesta di consigli comunali che rappresentino almeno un terzo delle popolazioni interessate e l’approvazione con referendum della maggioranza di quelle popolazioni.
Il secondo comma regola invece il passaggio di singoli Comuni da una regione all’altra, con referendum e legge della Repubblica: è la strada di Sappada, che votò nel 2008 e passò al Friuli solo nel dicembre 2017. Il Friuli Venezia Giulia ha poi un ordinamento speciale in base all’articolo 116, primo comma, e una fusione imporrebbe anche di modificare l’elenco delle regioni dell’articolo 131.
Non solo Calderoli è interessato alla proposta di Morosin. Anche nella Lega veneta il dossier viene seguito con più attenzione di quanto si dica. Ufficialmente nessuno si sbilancia, perché prima si attende l’esito dell’autonomia differenziata sulle quattro materie che dovrebbe diventare ufficiale dopo i voti di Camera e Senato a partire da gennaio 2027.
I nodi della riunione di Veneto e Friuli-Venezia Giulia
Ma è ovvio che i numeri in ballo, in termini proprio di federalismo e autonomia, sono poca cosa rispetto a un’eventuale fusione con Trieste. Il Friuli Venezia Giulia trattiene per statuto circa il 59,1% di Irpef, Ires e Iva riscosse sul suo territorio. Applicando la quota alla base fiscale veneta, sui gettiti nazionali 2025 (Irpef 231,3 miliardi, Ires 60,1 e Iva 186,8), la regione unita tratterrebbe ogni anno circa 11–12,5 miliardi dell’imposta sulle persone fisiche, 2–3 del tributo sulle imprese e 2,5–4 di Iva.
Sono 16–19 miliardi lordi, vicini al residuo fiscale veneto, stimato in circa 17 miliardi. Sono stime elaborate su dati ministeriali e al lordo degli oneri della specialità, dalla sanità al contributo alla finanza pubblica, che graverebbe su un Veneto a statuto speciale. Ma la domanda a questo punto è: Roma sarebbe disponibile a perdere un gettito che vale più di mezza manovra ogni anno?
E Trieste sarebbe felice di condividere la sua preziosa specificità? Morosin lo sa e non nasconde gli ostacoli: il progetto, dice, «richiede uno studio serio sul piano costituzionale, finanziario e amministrativo».
Ma la sfida è lanciata: «Non possiamo continuare a rincorrere le emergenze con promesse e rassicurazioni». Anzi, «consideriamo invece che una macroregione autonoma da quasi 7 milioni di abitanti e con un Pil di tutto rispetto, farebbe del bene non solo a Veneto e Friuli Venezia Giulia, ma soprattutto all’Italia, poiché attirerebbe ancora più investitori e capitali da tutta Europa e da tutto il mondo».
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