Oggi l’ultima parola sul Mes. E Gualtieri è spalle al muro
Luigi Marattin (Ansa)
  • Il deputato di Iv Luigi Marattin fa il bulletto sul Mes, ma incappa in una gaffe dietro l’altra: confonde il Salvastati vecchio con la sua riforma e sbaglia il numero di commi. Poi spara: «Il rigore non è citato». Ma il testo parla chiaro.
  • La bomba dei grillini sull’Eurogruppo «Mes impensabile». Dal M5s un no nettissimo al Salvastati. Roberto Gualtieri è a un bivio: oggi, a Bruxelles, o litiga con l’Ue o con la sua maggioranza.

Lo speciale comprende due articoli.

Stavolta il «pugile» Luigi Marattin è stato messo al tappeto. A suonarle di santa ragione – in senso figurato s’intende – al vicecapogruppo alla Camera di Italia Viva è stato il nostro Fabio Dragoni nel corso di un dibattito trasmesso domenica sul canale Youtube «Libertàdipensiero». Oggetto della discussione, la possibilità di attivare il Meccanismo di stabilità europea in versione «light» per arginare la crisi scatenata dal Covid-19. Sarebbe questa la direzione verso la quale si sono mossi gli sherpa che hanno preparato l’Eurogruppo in programma per oggi.

Ma la versione light del Mes non convince. Lo schiocco delle frustate inflitte alla Grecia da parte della Troika (Commissione Ue, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale) risuona ancora nell’aria, e il sospetto che dietro alle condizioni blande sbandierate oggi si nasconda un «cetriolo» è forte. Secondo Marattin, le «rigorose condizionalità» associate al Mes, però, sono una «bufala». «Quando si cita il comma 3 dell’articolo 136 (del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, in sigla Tfue ndr), quando andate a vedere ha solo due commi». Qualche istante di imbarazzato silenzio, e Dragoni fa notare sommessamente che in realtà «no, ne ha tre».

È sufficiente consultare un qualsiasi motore di ricerca per scoprire che quel fantomatico «comma 3» citato dall’economista di Italia Viva in realtà esiste eccome, e recita così: «Gli Stati membri la cui moneta è l’euro possono istituire un meccanismo di stabilità da attivare ove indispensabile per salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo insieme. La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità». Probabilmente quella in possesso di Luigi Marattin è la vecchia versione del Tfue, che risale a prima del 25 marzo 2011. Data nella quale il Consiglio europeo approvò la modifica al trattato che regola il funzionamento dell’Ue, proprio al fine di creare il Mes. Quella decisione fu tutt’altro che improvvisata: la genesi della modifica dell’articolo 136 va fatta risalire all’anno precedente, precisamente all’11 maggio 2010. Nel preambolo del testo del regolamento 407/2010, il quale «istituisce un meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria», al punto 7 si legge: «In caso di attivazione del meccanismo occorre imporre condizioni forti di politica economica al fine di preservare la sostenibilità delle finanze pubbliche dello Stato membro beneficiario e di ripristinarne la capacità di finanziarsi sui mercati finanziari».

Più chiaro di così, si muore: il Mes nasce con il peccato originale della condizionalità. Resosi conto della figura barbina, Marattin inizia una difficile arrampicata sugli specchi: «Voi parlate della riforma del Mes, o del Mes vero, quello attualmente in vigore?». Giustamente, Dragoni gli fa notare che il comma 3 è stato inserito a seguito della modifica del 2011, con la quale si istituisce per l’appunto il Fondo salvastati. Il «pugile» prova ad aggiustare il tiro, ma la toppa è peggio del buco. «Ma la bufala dove sta? Sta nel fatto che quando tu accedi a quel programma, la rigorosa condizionalità non è scritta nel trattato, posso chiamare “rigoroso” qualsiasi cosa, chiaro? La gente è convinta che nel Trattato siano scritte le “rigorose condizionalità” che sono quelle che fanno male all’economia, tra cui il rientro del deficit. Questa è una bufala, non è vero! Il trattato originario del Mes non ha mai parlato di queste cose». Ma anche il trattato del Mes, all’articolo 13 comma 3, parla chiaro: «Il consiglio dei governatori affida alla Commissione europea – di concerto con la Bce e, laddove possibile, insieme all’Fmi – il compito di negoziare con il membro del Mes interessato, un protocollo d’intesa che precisi le condizioni contenute nel dispositivo di assistenza finanziaria». Tale protocollo, si legge più avanti, «riflette la gravità delle carenze da affrontare». Caro Marattin, chi è che racconta bufale?

Nemmeno nel remoto caso in cui gli Stati membri dovessero dare il via libera a una condizionalità light, il pericolo si potrebbe ritenere scampato. Come ha fatto giustamente notare Marco Dani, professore di Studi giuridici comparati ed europei all’Università di Trento, il comma 5 dell’articolo 7 del regolamento 472/2013 prevede che la Troika possa decidere, in qualsiasi momento, di apportare modifiche al programma di assistenza finanziaria. Tradotto, le clausole che oggi sono blande, domani possono diventare un cappio al collo. L’unica possibilità di eliminare la condizionalità non è sperare nel buon cuore dei nostri interlocutori, bensì tentare di modificare i trattati. E in questo caso la strada si fa davvero in salita. La normativa Ue prevede che ciò possa avvenire solo con l’ok da parte di una maggioranza qualificata del Consiglio europeo. Vale a dire 15 Stati membri, oppure il 65% della popolazione. Manca la volontà politica, ma soprattutto il tempo. E abbiamo capito che «fate presto» è un motto che vale solo per quello che pare a piace agli euroburocrati.


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