- Riparte da zero la corsa per il procuratore di Roma. Le indagini sembrano aver azzoppato due pretendenti: Giuseppe Creazzo (Unicost) e Marcello Viola (MI). Ora potrebbe essere favorito Franco Lo Voi. Ma nell’inchiesta di Perugia qualcosa non torna.
- Perquisito Luca Palamara. «Per pilotare una nomina accettò 40.000 euro». Il tentativo sarebbe stato bloccato dall’intervento di Sergio Mattarella. Avvisi di garanzia al pm Stefano Fava e a Luigi Spina, membro del Csm.
- Fabrizio Centofanti, il lobbista vicino al Pd accusato di aver pagato il giudice. L’uomo era già coinvolto nell’indagine su Piero Amara e Giuseppe Calafiore per processi truccati.
Lo speciale comprende tre articoli.
La nomina del procuratore di Roma assomiglia sempre di più al romanzo di Agatha Christie Dieci piccoli indiani. Qui gli indiani sono tre, e due sono già a rischio eliminazione a causa di indagini giudiziarie entrate nel vivo in piena competizione. Giovedì scorso il procuratore generale di Firenze Marcello Viola, di Magistratura indipendente, aveva incassato 4 preferenze su 6 nella quinta commissione, una votazione propedeutica al plenum di metà giugno. I suoi concorrenti, Giuseppe Creazzo (Unicost) e Franco Lo Voi (Mi), si erano fermati a un voto a testa. Sembrava tutto fatto, anche perché le ambizioni di Creazzo erano state azzoppate dalle notizie uscite sui giornali, con singolare sincronismo, su un esposto presentato a Genova da un pm della Procura di Firenze. Ma se le quotazioni di Creazzo sono in picchiata, anche quelle del favorito Viola sembrano in discesa, per un’inchiesta che non lo riguarda direttamente ma coinvolge un suo probabile grande elettore, l’esponente di Unicost Luca Palamara. Secondo le indiscrezioni, prima di essere perquisito stava tessendo la sua tela a favore del pg toscano. In cambio di cosa? Sembra del sostegno nella sua corsa a procuratore aggiunto. Palamara è considerato un «politico» capace di spostare voti e sostenere candidature di toghe di altre correnti. A lui, a quanto pare, si rivolgeva anche l’ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone (in pensione dall’8 maggio) per trovare i voti per gli aggiunti di suo gradimento. Tutti bussavano da Palamara, anche se si trattava di organizzare tornei di calcetto.
Purtroppo per lui lo ha fatto anche il pm Stefano Fava, calabrese come Palamara, iscritto da oltre 20 anni a Magistratura democratica. Il 16 maggio è andato a chiedere una mano per sensibilizzare i consiglieri del Csm su un esposto che aveva presentato contro Pignatone e Ielo, i suoi superiori, da lui accusati di non essersi astenuti in un procedimento riguardante il faccendiere Piero Amara (presunto corruttore dello stesso Palamara) e l’Eni. Mentre Fava perorava la sua causa nell’ufficio del collega un trojan nel cellulare di quest’ultimo, inoculato dalla Procura di Perugia, registrava.
Fava e Palamara, così diversi, in quel momento avevano un comune obiettivo: affondare Lo Voi e i suoi sponsor. Palamara aveva l’ambizione di essere la pedina decisiva nella scelta del nuovo procuratore (e quindi di far eleggere Viola), Fava voleva fare male all’accoppiata Pignatone–Ielo (e al «loro» Lo Voi): i due gli avevano tolto il fascicolo su Amara e non gli avevano concesso di arrestare per la seconda volta il faccendiere con l’accusa di autoriciclaggio. Per l’accusa, quando Palamara aveva scoperto di essere indagato per i suoi rapporti con la cricca di Amara, Fava gli avrebbe consegnato gli atti (non più coperti da segreto) del procedimento. Ma, secondo gli inquirenti, gli avrebbe anche spifferato qualche primizia su un’informativa che non era passata dalle sue mani. Però l’argomento che deve aver acceso la fantasia degli inquirenti umbri è un altro. A un certo punto Fava ha iniziato a parlare del suo esposto e degli allegati che dimostravano che il fratello di Pignatone avrebbe ricevuto da Amara una consulenza. Fava pensava di aver in mano un poker, in realtà lo stava servendo ai suoi nemici. A tempo di record, i magistrati di Perugia hanno confezionato un avviso di garanzia che, di fatto, mandava all’aria il piano di Fava. Gli hanno contestato non la diffamazione o la calunnia, ma il favoreggiamento: hanno scelto di accusarlo di aver aiutato Palamara a sottrarsi alle indagini a suo carico ordinate a Perugia. E come avrebbe fatto Fava a realizzare il suo presunto disegno criminoso? Chiedendo al collega di diffondere gli allegati «asseritamente comprovanti comportamenti non consoni del procuratore di Roma e di un procuratore aggiunto anche in relazione alla conduzione e gestione» del procedimento Amara «in relazione a profili di mancata astensione dei predetti procuratori». Difficile trovare il nesso logico. Propalare notizie più o meno false sui magistrati romani al massimo poteva danneggiare il loro candidato Lo Voi e non certo aiutare Palamara a eludere le investigazioni. Però il capo d’imputazione ha l’effetto di screditare Fava e togliere forza al suo atto d’accusa, che pendeva su Pignatone e Ielo, e indirettamente sul candidato Lo Voi. E assolve preventivamente l’ex procuratore e il suo aggiunto, laddove è scritto che le «circostanze» segnalate da Fava «allo stato» sono «smentite dalla documentazione sin qui acquisita». Insomma l’avviso di garanzia disinnesca quasi completamente l’esposto che aveva portato all’apertura di una pratica davanti al Csm e rende incerta la prosecuzione del procedimento. Non è neppure detto che il 2 luglio il pm venga sentito per raccontare alla prima commissione la sua versione dei fatti. Fava dovrà, invece, andare, il 4 giugno, a rispondere alle domande dei pm di Perugia che gli chiederanno perché abbia consegnato i suoi allegati a Palamara. Se il sostituto procuratore risponderà che cercava sponde dentro il Csm contro i suoi avversari renderà meno limpida la sua battaglia (mortificata dall’avviso di garanzia).
Tra gli allegati consegnati da Fava c’è anche la lettera di risposta di Pignatone all’accusa di avere rapporti con uno degli indagati, il lobbista Fabrizio Centofanti. L’ex procuratore il 19 marzo scorso, sui suoi vecchi rapporti con Centofanti scriveva: «Ho partecipato a un’unica cena con il Centofanti e il generale Minervini della Guardia di finanza e altre persone. Non sono stato invitato al matrimonio di Centofanti Andrea (fratello di Fabrizio, ndr), non ho segnalato il Centofanti Andrea ufficiale della Guardia di finanza in servizio a Milano per il trasferimento al Nucleo di pg di Genova, ma mi limitai su pressante richiesta del fratello a informarmi se il predetto poteva restare in Lombardia per una difficile situazione famigliare. Chiesi notizie al generale Capolupo, mio buon amico, che senza darmi particolari mi disse che la situazione era complessa e diversa da quella prospettatami, per cui era difficile l’aspirazione dell’ufficiale potesse essere soddisfatta. Mi limitai a riferire la risposta al dottor Fabrizio Centofanti e in effetti il fratello fu poi trasferito a Genova, sede a lui non gradita». Insomma, l’uomo che avrebbe corrotto Palamara, poteva permettersi di fare «pressanti richieste» sul procuratore.
Chi ha parlato ieri con Fava lo ha trovato sconfortato: «Sono stato imprudente, ne pago le conseguenze». Ma, pur ammettendo di aver sbagliato, sospetta di essere finito in una trappola. Anche perché la Procura di Perugia, anziché alla propria polizia giudiziaria, ha affidato le indagini a uno degli investigatori più fedeli a Pignatone, l’ex comandante del Gico di Roma. Il colonnello sta partecipando a un corso interforze, ma è rimasto alla guida di una sezione del suo vecchio gruppo, i cui uomini rispondono ancora solo a lui, per seguire la delicata indagine. Un caso più unico che raro.
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