- L’Italia ha conosciuto esequie drammatiche e contestate, da piazza Fontana a Giovanni Falcone. Ma per la prima volta un governo in carica viene applaudito assieme al presidente Sergio Mattarella. Mugugni e sibili, invece, per Maurizio Martina e Roberta Pinotti.
- La rabbia e l’orgoglio di Genova ferita che chiede giustizia per i suoi morti. Ieri l’ultimo saluto alle vittime del crollo del ponte Morandi. Presenti tutte le autorità, ovazione a pompieri e volontari.
- Sale a 43 la conta dei cadaveri. Ritrovato il corpo dell’ultimo disperso, un operaio Amiu schiacciato dalle macerie. Nel frattempo è deceduto anche uno dei feriti, un autista romeno di 36 anni.
Lo speciale contiene tre articoli
E così piovono pietre su Maurizio Martina e Roberta Pinotti. Insulti, rabbia e fischi per i politici di centrosinistra, nella città rossa, medaglia d’oro della Resistenza: ovazioni e applausi per i loro nemici ed eredi. Insulti e fischi per l’opposizione, applausi scroscianti per il governo. Tutto ribaltato. Non c’è memoria, persino nella complessa letteratura dei funerali che hanno contrappuntato la storia Italiana, di una simile geometria rovesciata. Non c’è memoria, nel calvario dolente della storia italiana, di un tale spaesamento: sempre in questo Paese è accaduto il contrario. Fischiato il governo (qualsiasi governo) per un calcolo, magari grossolano, di responsabilità oggettiva, applaudito chi inseguiva, chi denunciava, chi da fuori puntava il dito. Avevamo conosciuto il silenzio algido, civile e compito, la grandezza della borghesia liberale Italiana a piazza Fontana, nel 1969.
Gli ombrelli sotto la pioggia avevano sconvolto (lo rivelarono gli interrogatori) persino gli imputati: la forza della democrazia contro il terrore. E poi la rabbia incandescente dei funerali politici nella stagione del piombo. I cori al funerale dell’anarchico Franco Serantini a Pisa. O lo sconcerto metafisico del funerale falsificato di Stato di Aldo Moro, nel 1978, con la bara senza cadavere, e i magnifici dinosauri democristiani a piangere lacrime di coccodrillo in prima fila, in una sequenza che Marco Bellocchio trasformò magicamente in cinematografia nel suo Buongiorno notte. Avevano memoria delle grida potenti di Sandro Pertini, che proprio a Genova risuonarono in memoria di Guido Rossa, crivellato di pallottole nella sua macchina dalle Br («Assassini! Assassini! Assassini!») davanti a una piazza impavesata di bandiere rosse: correva l’anno 1980.
Avevamo conosciuto la rabbia dei neri, a Roma, dopo la strage di Acca Larenzia (1978), con i giovani missini che si spinsero fino a chiedere l’incriminazione di un ufficiale dei carabinieri. Abbiamo imparato cosa fosse lo sdegno e la ferita di Bologna in 38 anni di commemorazioni che finivano con salve di fischi nei confronti di qualsiasi governo e di qualsiasi ministro all’ombra delle due torri: immancabili, come un rito e come un’abitudine. E nessuno potrà dimenticare l’ira funesta che iniziò ad ardere, come benzina infiammata, ai funerali di Giovanni Falcone, a Palermo.
Le lacrime strazianti della vedova in diretta, che malgrado le raccomandazioni del sacerdote gridava piangendo: «Non cambieranno… no… non vogliono cambiare!». Quel giorno i poliziotti sfiorarono l’abiura, contestando i ministri e persino il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. E quella stessa rabbia, il rifiuto per il pennacchio postumo di Stato, la toccai con mano anche a San Giuliano, dove capitò a un inconsapevole Carlo Azeglio Ciampi di entrare in una palestra piombata di dolore e costellata di piccole bare bianche da bambino.
Pensavamo di aver visto tutto, in questa variegata zoologia fantastica, nel Paese dove mai nessun governo è riuscito a incarnare il senso dello Stato. Ecco perché ieri, questa passerella in campo largo della Fiera di Genova, questa sequenza da parata che si vira in Vandea è diventata il grandangolo di una fotografia dell’Italia sottosopra. La panoramica dell’Italia che tributa l’ovazione ai due vicepremier (Matteo Salvini e Luigi Di Maio) e sommerge di ingiurie la Pinotti e Martina. Bisognerebbe persino aggiungere che i fischi non erano dedicati soltanto a due persone fisiche, l’ex ministro e il segretario (che ci hanno messo la faccia) ma a tutti i grandi assenti. Ai grandi statisti latitanti – cioè – che quando avvertono la malaparata in favore di telecamera si dissolvono come nebbia al sole. Conosco il coro delle obiezioni che ieri è risuonato nei fortini dell’establishment e nelle redazioni degli scettici: le giustificazioni, gli anatemi, i distinguo. Si dice oggi che quello di Genova è stato un funerale di claque, una manifestazione politica, una Pontida camuffata, un Vaffa day in incognito.
Come se le grandi piazze in Italia si potessero taroccare. Una spiegazione razionale all’invettiva irrazionale. Vero è il contrario: anche quando contengono l’intenzione di una claque, i ruggiti dei funerali diventano fotografie di uno stato d’animo che non si può predeterminare. Anche in questa piazza si è riversato un sentimento profondo dell’Italia battezzata il 4 marzo dalle elezioni politiche.
Rabbia e di identità tradita in cui convergono diverse storie, e mille identità, ma che a Genova è – prima di tutto – il ripudio di una classe dirigente, la fotografia del disincanto di un popolo verso i suoi (ex) rappresentanti, la rabbia per ferite antiche e recentissime. A Genova lo sdegno colpisce chi ha governato per quello che (non) ha fatto, e risparmia chi sta governando per quello che ha fatto o che dà l’impressione di fare. C’è lo stupore per la sinistra che difende i monopoli mentre la destra propone le nazionalizzazioni. Lo sconcerto per i regali ai concessionari e per gli allarmi ignorati, per le perizie dimenticate, per la scarsa vigilanza dei governi, il fastidio per i festini ferragostani dei Benetton, per le manutenzioni non fatte, per le concessioni rinnovate a cuor leggero, per le clausole secretate, per i silenzi di Graziano Delrio di ieri, per 20 anni di discorsi di Claudio Burlando. A Genova ci sono un turbine di cose giuste, o sbagliate, razionali ed irrazionali, che si sovrappongono, ma come sempre accade, sono o diventano vere. Idee, volti e storie catalizzatesi in un’invettiva collettiva. A Genova piovono pietre sul Pd e sul centrosinistra. Saranno utili, questi fischi, solo se i bersagli di questa rabbia non cercheranno la spiegazione facile della trappola, ma quella difficilissima dell’autocritica. Quella che nessuno a sinistra è riuscito ancora a fare.
Luca Telese
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