- Tre mesi prima del congresso dell’Anm che inneggiava alla cittadinanza facile, i Palamara boys erano divisi. Paolo Auriemma: «Una marchetta al Pd». Però il dominus degli incarichi difendeva a oltranza «l’integrazione».
- «Così il pm salvò il collega al Csm». Pierantonio Zanettin, ex Fi nel parlamentino: «Chiesi di aprire la pratica per i conflitti d’interessi di Rossi, che indagava su Etruria e babbo Boschi, ma il ras di Unicost la fece archiviare».
Lo speciale comprende due articoli.
Il tema politico-ideologico viene introdotto a bruciapelo durante un momento goliardico, proprio mentre lo stratega delle nomine Luca Palamara e il suo collega Marco Mancinetti si stanno confrontando, usando termini da maschiacci, su alcune bellezze con la toga che vogliono invitare a una festa.
Tra un apprezzamento e l’altro, però, Paolo Auriemma, capo della Procura di Viterbo, lancia la bomba, anticipando già ai suoi interlocutori come la pensa: «Siete contrari allo ius soli? Io contrarissimo». È il 2 luglio 2017. Da circa un mese il dibattito era molto acceso. Il 15 giugno, infatti, erano scaduti i termini per la presentazione degli emendamenti alla proposta di legge (spinta a tutta forza dalla sinistra) per il diritto di cittadinanza agli stranieri e, nei giorni in cui il trojan infilato dagli investigatori perugini nello smartphone di Palamara è attivo, sulla stampa non si parlava d’altro. Ovviamente il tema appassionava anche i magistrati e qualche riferimento è rimasto incagliato nelle intercettazioni della Procura di Perugia.
Per difendere Matteo Renzi, Palamara ha preso le difese anche dello ius soli con il collega Auriemma, «contrarissimo» alla legge. E gli dà perfino del leghista: «A Paolo xazzo, non solo contro Renzi, ora anche leghista! Eh no, questo è troppo». Auriemma, piccato, replica: «Sei favorevole? Qual è la ragione politica?». Risposta: «Una sola: integrazione». Auriemma lo stende: «Oggi il sacerdote leggendo la prima lettura di domani ha detto che il profeta Ezechiele era ospitato ma nello stesso tempo dava qualcosa e non si limitava a chiedere. Integriamo a colpi di legge gente che mette il cappuccio alle donne? Che non le fa studiare? Che non ha avuto l’illuminismo. Prima si integrassero poi si vede. Della integrazione non gliene frega niente a nessuno e una marchetta del Partito democratico che fa sapendo che ha perso voti per conquistare quelli dei genitori dei minori che sono cresciuti in Italia».
Mancinetti sottolinea: «Parole su cui riflettere…». E una riflessione sul tema i giudici l’hanno organizzata davvero.
Il 22 ottobre è il grande giorno. A Siena si tiene il trentatreesimo congresso dell’Associazione nazionale magistrati. La sesta sessione, piazzata in scaletta nell’ultimo dei tre giorni di dibattito, ha un titolo esplicito: «Nuove domande di giustizia tra libertà e diritto. Nuove famiglie, liberalizzazione droghe leggere, fine vita, ius soli». Se qualcuno avesse avuto dubbi sulla posizione ideologica del sindacato dei magistrati quella fase congressuale avrebbe di certo sgomberato il campo da ogni equivoco. D’altra parte, il presidente dell’Anm, Eugenio Albamonte, intervistato dall’agenzia di stampa Agi, aveva accompagnato la fase preparatoria del congresso con queste parole: «Vogliamo lanciare un sasso nello stagno e ribadire al legislatore che deve fare presto nel prendere le sue scelte». Altro dettaglio: l’introduzione dei lavori venne affidata a Silvia Albano (anche lei presente nelle chat con Palamara), che nel 2014, da giudice del Tribunale civile di Roma si era occupata dello scambio di embrioni all’ospedale Pertini. La fase di pressing della magistratura sulla politica lascia traccia anche all’interno delle chiacchierate di Palamara intercettate dagli investigatori. Il 31 ottobre, ancora una volta nel gruppo Whatsapp condiviso da Palamara, Mancinetti e Auriemma si torna sull’argomento. Auriemma posta nella chat il link a un articolo di Repubblica su Silvio Berlusconi indagato per le stragi di mafia del 1993. Il servizio giornalistico riporta le intercettazioni del boss Giuseppe Graviano che, finite in un fascicolo aperto a Firenze, evocano il leader forzista come mandante. Auriemma torna sullo ius soli, ma non risparmia un colpo a Nino Di Matteo: «Non bastava lo ius soli. Pure la strage per far vincere la destra. Con il contributo di Di Matteo».
L’attuale consigliere del Csm eletto da indipendente nelle liste di Piercamillo Davigo all’epoca era ancora un pubblico ministero della Procura di Palermo. E fu lui a segnalare all’ufficio giudiziario fiorentino il verbale ritenuto la chiave per riaprire le indagini che erano già state fatte ma senza risultati concreti: la Procura di Firenze, competente per la strage di via dei Georgofili, aveva archiviato la sua inchiesta quasi 20 anni prima, nel 1998. Palamara, che appare più interessato al Cavaliere, lascia cadere il discorso sullo ius soli e chiede il nome del procuratore di Firenze: «Non ricordo», dice Palamara, «forse lo ricordi tu Paolo».
Auriemma, stando alle chat, non crede alle teorie sul coinvolgimento berlusconiano: «Non è colpa del procuratore di Firenze, ma di Palermo che ha mandato il fascicolo. Spero che il procuratore di Firenze affronti questa pagliacciata rapidamente».
Poi riprende il tema che da circa tre mesi gli sta a cuore: «Comunque lo ius soli bastava da solo a fare perdere le elezioni alla sinistra. Un vero suicidio». Uno spauracchio, quello delle destre al governo, che sembra tormentare non poco i pensieri della toga di Unicost.
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