Alla Fenice lavorano un giorno su due ma gli orchestrali scioperano ancora
Ansa

C’è il carovita, la gente non arriva a fine mese, bisogna scioperare… urla la Cgil. Ma lo sciopero lo fanno gli orchestrali. Non proprio persone che hanno un lavoro precario o guadagnano 1.000 euro al mese. E così alla Fenice, venerdì 13 novembre, la prima della Fedora di Umberto Giordano non andrà in scena. Il 28 salterà anche l’inaugurazione della stagione sinfonica.

L’assemblea dei lavoratori ha respinto la proposta del sovrintendente Nicola Colabianchi: 96 voti per lo sciopero, 36 contro, 10 astenuti, con 142 presenti su circa 300 dipendenti. Una maggioranza solida, ma lontana dall’unanimità dell’anno scorso.

La proposta non era un’elemosina, però. Sul tavolo c’erano 150.000 euro in più di welfare, da sommare ai 250.000 stanziati negli anni scorsi, per un totale di 400.000 euro erogabili già a fine novembre. Di questi, 300.000 da dividere in quote uguali tra tutti gli aventi diritto e 100.000 per il personale che aveva partecipato alla tournée di Shanghai.

A rendere possibile l’aumento erano arrivati 100.000 euro dal Comune, per i quali il segretario di Slc Cgil Veneto, Nicola Atalmi, ha riconosciuto l’impegno del sindaco Venturini, e 50.000 dalla Regione. In più, due tavoli di confronto: uno su professionalità e organizzazione del lavoro, con «criteri trasparenti di riconoscimento del merito», l’altro sulla pianta organica e sul precariato.

I problemi del Teatro La Fenice a Venezia

È proprio dalla trasferta cinese, raccontano fonti vicine ai lavoratori del teatro, che si sarebbe incrinato il clima. Prima di partire l’orchestra avrebbe chiesto 100 euro al giorno di indennità di trasferta. La legge ne prevede 44, visto che per il ben più caro Giappone se ne riconoscono circa 80. Albergo a cinque stelle e trasferimenti in pullman tra hotel e teatro compresi, ovviamente. Con il contributo del Comune si sarebbe arrivati a 95 euro netti al giorno.

Tutto risolto? Macché. Non sono bastati. Anzi, le Rsu definiscono la proposta «insufficiente e fumosa», un tentativo di risolvere «questioni strutturali con soluzioni di facciata».

Atalmi parla di risposte «troppo vaghe», di tavoli senza date né scadenze, e soprattutto di «mancanza di fiducia» tra direzione e dipendenti, con un accentramento di poteri in una sola figura ritenuta responsabile della «disorganizzazione». «Nessuno desidera scioperare in occasione di una prima», assicura, «non è una scelta presa a cuore leggero».

Più brusco Marco Trentin, segretario provinciale Fials, orchestrale in pensione dal 1° novembre e volto della protesta dell’anno scorso: «La gente non si fida più, non basta la mancia del welfare, serve un cambio di filosofia». E aggiunge che il sovrintendente «dovrebbe pensare alle dimissioni».

Perché è una protesta esclusivamente politica

Insomma, di fronte all’ennesima richiesta la maschera è caduta: la protesta è politica, non sui soldi o sulle condizioni di lavoro. Anche perché le stesse condizioni di lavoro non appaiono da lager. Sempre secondo una fonte vicina ai dipendenti, la paga degli orchestrali parte da 1.800 euro al mese all’ingresso e arriva a circa 4.000 per il primo violino di spalla. A questo si aggiungono il welfare, che gonfia il portafogli quando il bilancio chiude in avanzo, con un acconto a novembre e un saldo a maggio, circa 1.000 euro in più a testa.

E il concerto di Capodanno? Vale altri 1.000 euro in più. Quanto al carico di lavoro, due o tre numeri spiegano tutto: 150 giorni lavorati per ogni orchestrale, giorni retribuiti 300.

È una stima, certo, e i musicisti ricordano che lo studio individuale, fondamentale per il mestiere, non compare nei registri. Inoltre gli stessi musicisti sottolineano che per arrivare alla preparazione richiesta servono migliaia di ore di studio e che non tutti i titoli portano a un posto stabile in orchestra. Certo, ma 20 ore al mese sono 20 ore al mese.

Chi paga davvero il conto

Eppure si sciopera… E a pagare saranno spettatori e abbonati. La prima della lirica richiama appassionati anche dall’estero, con prenotazioni fatte da un anno all’altro: c’è chi arriva regolarmente dalla Germania e non potrà godersi la serata.

Il teatro si sta già organizzando per i rimborsi. Colabianchi si è detto «amareggiato» e preoccupato soprattutto per il pubblico, ricordando le conseguenze «artistiche, organizzative ed economiche rilevanti» di una cancellazione e il lavoro di mesi di tutte le componenti.

Secondo gli studi citati dalla direzione, ogni euro pubblico investito nella Fenice genera 3,7 euro di indotto per Venezia: un danno che va oltre il botteghino. In fumo, così com’è successo nelle precedenti edizioni. Questa infatti sarà la terza prima consecutiva a saltare.

Era successo l’anno scorso, nello scontro sulla nomina di Beatrice Venezi a direttore musicale, finito con la revoca dell’incarico, e nel 2024, con Fortunato Ortombina sovrintendente, per questioni di gestione interna, le stesse che oggi tornano al centro della vertenza.

E all’orizzonte si profilano altre agitazioni: le trattative per il rinnovo del contratto degli enti lirici sono in stallo, con un incontro previsto lunedì e l’ipotesi di uno sciopero nazionale. Il tutto mentre fuori dai teatri c’è chi, con 1.200 euro al mese, a fine mese non arriva veramente.

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