L’articolo di Giuliano Zulin sulla agognata fusione fra Veneto e Friuli Venezia Giulia ha un merito: riporta la questione dell’autonomia sul terreno sul quale dovrebbe essere discussa, ossia quello di denaro e potere. Chi decide come spendere la ricchezza prodotta da coloro i quali lavorano?
Appena si tenta di rispondere sul serio alla questione di soldi e potere, cominciano gli ostacoli costituzionali, gli allarmi sulla coesione nazionale, i moniti del presidente, le invocazioni dei martiri di Belfiore, il Piave e tutta la retorica patriottarda.
Improvvisamente, lo Stato scopre quanto gli siano cari i territori che producono più gettito. Un moto d’affetto arriva fino all’ultimo schiavo fiscale delle regioni produttive, una carezza italica lo dissuade dal calcolare quanto costa l’associazione con la penisola.
Non solo da oggi, alcuni Comuni del Veneto orientale guardano al Friuli Venezia Giulia. Il mio amico Alessio Morosin propone di allargare la prospettiva fino a unire le due regioni in una macroregione a statuto speciale. Il ragionamento ha una sua logica: se la differenza di trattamento nasce dal confine, e questo altro non è che un’eredità storica, si può provare a spostarlo, oppure a eliminarlo. Ma proprio questa razionalità rende politicamente la proposta impraticabile.
Lo Stato italiano può tollerare qualche rettifica marginale della propria geografia amministrativa. Ma mai accetterà una trasformazione che metta in discussione la disponibilità delle risorse sulle quali ha costruito il proprio (dis)equilibrio.
Una visione scettica dell’unione fra Veneto e Friuli Venezia Giulia
Il mio pessimismo comincia qui. Veneto e Lombardia possono chiedere autonomia, votarla, negoziarla, affidarsi a maggioranze di destra o di sinistra. Possono produrre studi, dimostrare inefficienze, documentare squilibri. Non possono cancellare il motivo per cui le loro richieste vengono continuamente dimenticate: sono territori troppo importanti per il finanziamento del sistema per essere lasciati liberi di decidere.
Agli schiavi fiscali si può concedere una migliore amministrazione della propria condizione, ma per la piena emancipazione occorrerebbe scordarsi i milioni di sudditi che vivono grazie al loro lavoro.
La discussione pubblica viene regolarmente spostata sulla generosità dei contribuenti, sul sistema-patria di cui tutti faremmo parte. I lombardi e i veneti non comprendono le esigenze del (non) Paese, non hanno a cuore l’unità nazionale? È un espediente straordinariamente efficace: chi preleva e sperpera si attribuisce la rappresentanza della comunità; chi domanda conto del prelievo deve difendersi dall’accusa di egoismo.
Naturalmente nessuna società complessa vive senza obblighi comuni e nessun ordinamento esclude a priori forme di perequazione. Ma proprio per questo occorrerebbero limiti, responsabilità riconoscibili, criteri verificabili. La solidarietà può giustificare un trasferimento; non può rendere illegittima ogni domanda sulla sua entità, sui suoi risultati e sulla sua durata.
Il nodo della schiavitù fiscale
La schiavitù fiscale descrive plasticamente questa sproporzione. Chi produce reddito è esposto alla concorrenza, ai costi folli dell’energia, alle oscillazioni dei mercati, al rischio di impresa. Chi dispone del gettito presenta il proprio fabbisogno come frutto di necessità superiori, sottratta alla discussione per alto valore etico.
In queste condizioni, l’autonomia autentica avrebbe conseguenze ben più radicali del trasferimento di qualche competenza. Renderebbe visibile immediatamente il costo delle decisioni, avvicinerebbe la spesa a chi la finanzia, limiterebbe almeno una parte degli alibi incrociati fra amministrazioni.
Il mio maestro, Gianfranco Miglio, diceva: «Il federalismo mostra chi la borsa la riempie e chi la svuota e stabilisce l’ordine di poppata». In un sistema come quello italico un limite al potere di disporre della ricchezza altrui non è neanche immaginabile.
Per questo nutro scarsissima fiducia nella capacità delle procedure di produrre, da sole, una svolta. L’articolo 132 indica un percorso per la fusione delle regioni. Ma non solo non contiene una promessa di liberazione fiscale, ma è iscritto in una Costituzione che esalta il parassitismo politico e sociale.
Una nuova regione speciale dovrebbe ottenere il proprio ordinamento attraverso una norma di rango costituzionale. La battaglia decisiva si ripresenterebbe dunque al termine del percorso: quante risorse potranno restare sul territorio? Con quali oneri? Con quali compensazioni? Sotto quali controlli?
Perché la proposta è di difficile realizzazione
Ovviamente Morosin sa benissimo che fondersi con il Friuli Venezia Giulia per estendere al Veneto il trattamento attuale della regione speciale significa attribuire all’ordinamento italiano un automatismo che non esiste. Ogni vantaggio diventerebbe oggetto di trattativa. Il colore politico di chi governa offre garanzie assai modeste.
I partiti territoriali (ne ricordo uno che 33 anni fa doveva scardinare il regime) si recano a Roma promettendo di cambiare il rapporto fra centro e periferia. Una volta insediati, devono difendere il governo, negoziare la legge di bilancio, conservare alleanze e incarichi.
In breve, la trasformazione da partito dei veneti a Roma a partito di Roma in Veneto è sicura come che il sole sorgerà domani.
La Lombardia rende ancora più evidente il caso. La sua forza economica potrebbe darle un enorme potere contrattuale. Nel rapporto con lo Stato italiano diventa invece la ragione della sua subordinazione: quanto più una base fiscale è forte, tanto più difficile è concederle libertà.
Inoltre, per tornare alla questione posta da Morosin, Trieste non avrebbe buone ragioni per accogliere il progetto delle «Venezie». Dovrebbe condividere il proprio ordinamento speciale con un territorio demograficamente molto più grande e accettare di negoziare un nuovo equilibrio.
È comprensibile che chi possiede una sfera di autonomia desideri conservarne comunque il controllo. Ma questa comprensibile prudenza rende ancora più stretto il passaggio.
Cosa resta della proposta di unire Veneto e Friuli Venezia Giulia
Resta allora il valore politico della proposta di Morosin. I Comuni che guardano oltre il confine mostrano che le differenze istituzionali producono conseguenze concrete e che l’appartenenza regionale non può essere invocata come un obbligo senza contropartite.
Temo però che il sistema sappia assorbire ogni protesta: qualche intervento, un tavolo permanente, un finanziamento straordinario, la promessa di una soluzione futura. Abbastanza per attenuare l’emergenza, troppo poco per cambiare i rapporti di forza.
Perciò alle «Venezie» auguro come sempre ogni fortuna, ma non affiderei a questo progetto la speranza di un’emancipazione. Quando un sistema si regge solo sul lavoro dei propri schiavi fiscali, la loro libertà diventa una voce di bilancio che nessuno può finanziare.
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