- Mance e reddito di cittadinanza costano 40 miliardi: si possono utilizzare per ripristinare il Rei e ridurre del 20% il cuneo fiscale.
- Dopo aver distrutto la produttività la sinistra ora vuole il salario minimo. Il mondo del lavoro è stato rovinato da austerità e precarietà, sposate dalla sinistra. Maurizio Landini e Enrico Letta pensano che la ricetta anti-inflazione sia agire per legge. Ma occorre cambiare modello e tornare a fare investimenti.
Lo speciale comprende due articoli.
I salari calano, mentre l’inflazione cresce. Non ci vuole un Nobel in economia per capire che abbiamo un grosso problema. Non ci vuole nemmeno un esperto bellico per affrontare il tema. La guerra in Ucraina è infatti solo una aggravante. Gli inghippi del mondo del lavoro, gli incagli della scarsa produttività e i rialzi delle materie prime hanno un’origine più antica. Piangere sulle mancate retribuzioni e inchiodarle con tasse esose non è più accettabile. Dovremmo tutti ammettere che in autunno arriverà un uragano finanziario dovuto al prolungamento della guerra e soprattutto al rialzo dei tassi da parte della Federal reserve americana. Intervenire sul mondo del lavoro è un dei pochi modi per dare un salvagente ai cittadini e aiutarli a non essere travolti dall’onda dell’iperinflazione.
Purtroppo, nelle ultime indicazioni diffuse, la Commissione Ue pensa di alzare la produttività e i margini delle aziende comprimendo ancor di più i salari. Anzi, possibilmente sfruttando profughi sottopagati per coprire i posti di lavoro e renderli ogni anno a valore aggiunto sempre inferiore. D’altro canto vuole spendere miliardi per sussidiare chi viene espulso o si esclude dal mondo del lavoro. Ne deriverebbe una società con una democrazia troppo sottile. Milioni di cittadini che campano con poche centinaia di euro e non si sognerebbero mai di mettere in discussione il governo che riempe loro il piatto. Un sistema di vita socialdemocratico che certo non può andar bene a chi vede nel lavoro e nell’indipendenza economica le basi della libertà individuale. Unica libertà degna di tale nome. A chi dice che non ci sono soldi per invertire la rotta e intervenire sui salari, è bene ricordare che i soldi ci sono. Tra gennaio e oggi, il governo tra i numerosi decreti Energia e il dl Aiuti ha stanziato poco più di 29 miliardi di euro. Nel corso dell’anno il reddito di cittadinanza (che è un sussidio e non un salvagente per entrare nel mondo del lavoro) cuba 11 miliardi di euro. Lo stesso l’anno prossimo e gli anni a seguire. Riutilizzando tali importi per tagliare le tasse sul lavoro si creerebbe un effetto leva e un turbo per l’economia. Immaginando di ritornare al reddito di inclusione voluto dal Pd con un discreto valore aggiunto, si potrebbe destinare alla lotta della povertà una cifra vicina ai 5 miliardi. Ne resterebbe dunque 35 per il cuneo fiscale. A oggi il 16,8% delle busta paga è destinato al costo Irpef del lavoratore e il 31,2 alle quote contributive. Di questa fetta il 24% è a carico del dipendente e il rimanente del datore di lavoro. Il gettito Irpef dei lavoratori assomma a circa 80 miliardi di euro. Ne segue che intervenendo con tutto il budget su questa singola categoria resterebbero fuori le partite Iva e gli altri autonomi. Si potrebbe dunque destinare la metà per il taglio secco Irpef e l’altra metà per defiscalizzare gli straordinari e i bonus.
Non solo. Tutte le integrazioni contrattuali in via di definizione (sigla e firma scadute da anni) potrebbero godere dell’intera esenzione fiscale e contributiva. Idem per le nuove assunzioni in specifici settori. In questo modo ne beneficerebbero sia i lavoratori sia gli imprenditori. L’esito sarebbe l’esatto opposto rispetto al salario minimo. I sindacati chiaramente sono contrari. Il loro desiderio non è sostenere l’operaio o l’impiegato, ma perpetuare la propria esistenza. Imponendo un livello minimo di retribuzione, riuscirebbero a imporre un contratto nazionale anche alle Pmi, le uniche rimaste a produrre ricchezza. Seguendo invece la strada del taglio fiscale si potrebbe arrivare ad alleggerire le buste paga addirittura di un 20%. In un interessante report Itinerari previdenziali, presieduto da Alberto Brambilla, spiega che ci sono enormi fette del cuneo incomprimibili. Ad esempio rispetto alla Ral attuale non si possono certo tagliare i contributi pensionistici, sarebbe un autogol per i lavoratori stessi, le loro pensioni e le prestazioni sociali. D’altronde non si possono certo tagliare la maternità o le ferie. Si può invece riequilibrare il baco ed evitare che il 21% della popolazione paghi le tasse per tutti senza nessuna agevolazione. Si potrebbe come scritto sopra intervenire spacchettando i contratti nazionali ed esentando gli aumenti o al massimo tassandoli flat al 15%. Infine, con le risorse liberate sviluppare il welfare aziendale. In questo modo Itinerari previdenziali ipotizza che con i tre punti d’intervento si inciderebbe sul cuneo con un taglio vicino al 20%. Ciò permetterebbe di alzare gli stipendi e alzare la qualità del lavoro stesso. Trend che spingerebbe la produttività almeno in parte.
Certo per quest’ultima serve anche un contesto sociale e civile. Non basta intervenire sulle buste paga o sull’organizzazione aziendale. Serve un contesto. Infrastrutture evolute, alleggerimenti burocratici, una giustizia civile che funzioni e una riforma del comparto pubblico. Troppo comodo scaricare tutto sugli imprenditori. La Pa non può solo essere un costo. Purtroppo la digitalizzazione in corso non sembra portare alcun beneficio al cittadino. Useremo le app ma finiremo con il lasciare al dipendente pubblico l’incarico di stampare i certificati perché possa timbrarli e giustificare la propria presenza. Ecco, la produttività è un insieme di tanti fattori. Purtroppo la politica ne è spesso l’antitesi.
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