Il Def deve rifare i conti al ribasso. E la colpa non è tutta della guerra
Daniele Franco (Ansa)
Crollate le previsioni sul Pil, le sanzioni incidono però l’inflazione era iniziata prima.

Il Def slitta ancora: il Consiglio dei ministri dovrebbe essere convocato giovedì prossimo, in ritardo rispetto alla promessa di Mario Draghi di chiudere entro marzo, ma comunque in anticipo rispetto alla scadenza naturale del 10 aprile. Il motivo è purtroppo facile da intuire e già anticipato su queste colonne: i conti sono da rifare causa guerra, bonus e previsioni troppo rosee nei mesi scorsi. E nelle ore in cui – sull’onda dello sdegno suscitato dalle presunte (aggettivo usato dal Financial Times) atrocità di Boucha – il cancelliere tedesco Olaf Scholz annuncia nuove sanzioni contro Mosca ed Enrico Letta invoca l’embargo sull’import di petrolio e gas, ci limitiamo a porre due semplici domande: quanto costano queste decisioni e chi paga il conto.

Ieri se lo devono essere chiesti anche il premier con il ministro Daniele Franco e il ministro Giancarlo Giorgetti, nell’incontro preparatorio alla stesura dello stesso Def. Ormai le previsioni del Pil per il 2022 arretrano di giorno in giorno: siamo passati dall’ormai dimenticato +4,7% riportato nella Nadef a settembre 2021, al +3,8% di Bankitalia a gennaio, al +1,9% del Centro Studi Confindustria di sabato. Quest’ultimo dato è preoccupante, poiché se confermassimo il Pil del quarto trimestre 2021 anche in tutti i quattro trimestri del 2022, la crescita sarebbe del 2,3%. Quindi crescere solo del 1,9% significa avere almeno due trimestri col Pil in calo. L’inflazione al 7% a marzo non può non avere un effetto frenante sui consumi, tant’è che ieri sera trapelava informalmente un dato del Pil inferiore al 3% nelle stime del Mef: e suona quasi un eufemismo.

Sembra di rivivere, mutatis mutandis, le decisioni prese per il contenimento della pandemia, molte delle quali non assistite da analisi di impatto ex ante e, ancor peggio, prive di adeguato rendiconto ex post sulla loro efficacia. Allora c’era l’obiettivo di minimizzare le vittime, e chi si interrogava sulla coerenza di certe scelte con i principi costituzionali, con lo Stato di diritto e con i meccanismi di funzionamento di una democrazia parlamentare, veniva bollato come un verboso leguleio. Oggi, in cima a tutto ci sono proprio quegli stessi valori ieri in secondo piano. Essi vanno difesi a ogni costo, a prescindere dalla concreta efficacia delle sanzioni ai fini dell’interruzione del conflitto e del salvataggio di vite umane. Anzi, essi devono essere difesi, nonostante le vittime e i danni all’economia.

In questo senso, suonano esemplari le parole del Commissario Ue per i servizi finanziari, Mairead McGuinness, pronunciate giovedì 31 marzo in audizione parlamentare: «Bisogna sanzionare, non si può star fermi e non fare nulla, vedremo le conseguenze sulla Russia e sulla Ue. Sappiamo che il sostegno all’Ucraina sarà doloroso, ma va dato». Ecco, di fronte a tale carica a testa bassa, è stato il presidente di Confindustria Lombardia, Francesco Buzzella, a chiedere il conto, dichiarando al Sole 24 Ore che «forse le gravità della situazione non era percepita fino in fondo: ad essere a rischio, oggi, è il futuro industriale dell’Europa […] oggi puntiamo ad un solo obiettivo: trovare il modo di abbattere il prezzo del gas. Subito. In mancanza di un’intesa all’Italia resta solo la strada di uno scostamento di bilancio rilevante. E se anche fossero 50 miliardi, questa si ripagherebbe con il mantenimento della crescita e il contenimento della sfiducia, che è il primo nemico dell’economia». Proprio ciò che il governo ha finora negato. Contemporaneamente l’economista Lucrezia Reichlin non ha esitato a richiedere il rinnovato ricorso ai due strumenti con cui le istituzioni europee hanno reagito alla pandemia: da un lato il Next Generation Eu; dall’altro il ritorno della Bce a un programma straordinario di acquisto di titoli di Stato. Purtroppo il primo strumento è ancora in parte inutilizzato e caratterizzato da rigidità e complessità che ne sconsigliano la riedizione e, in alternativa, la modifica per tenere conto delle mutate esigenze, si presenta «rischiosa», così come ha affermato sabato il ministro Daniele Franco. In secondo luogo, una impostazione nuovamente espansiva della Bce è uno scenario che aprirebbe una profonda divisione all’interno del consiglio direttivo della banca.

Un’interessante analisi apparsa sul sito project-syndicate.org («Funzioneranno le sanzioni alla Russia?»), evidenzia che le sanzioni lentamente danneggeranno chi le subisce e i Paesi che le applicano, ma è poco probabile che portino alla fine del conflitto. Inoltre hanno già aumentato il rischio del dollaro come valuta di riserva internazionale.

Tuttavia, appare eccessiva l’importanza attribuita al conflitto armato. L’economia italiana e della Ue erano in evidente frenata sin dal secondo semestre 2021, e a ottobre il prezzo dell’energia e del gas erano già aumentati del 261% e del 340% rispetto a gennaio. Le ostilità hanno solo esacerbato un fenomeno inflattivo destinato a durare anche dopo l’auspicata pace, causato dal varo del programma Ue «Fit for 55» a luglio scorso.

Proprio per questo motivo è ancora più importante definire tali costi e la loro distribuzione; comprendiamo l’imbarazzo della Ue nel dover nuovamente consentire politiche espansive dei bilanci pubblici, sostenuti dagli acquisti Bce e una momentanea supplenza delle centrali a carbone. Ma l’hanno voluta loro.

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