- I dati Istat mostrano come il livello di occupazione sia attorno al 56,5%. Situazione particolarmente difficile per donne e over 50.
- Andrea Goggi, ceo di Jobby, la prima e unica piattaforma completamente digitale di lavoro temporaneo presente in Italia: «Sempre più settori e aziende si stanno orientando verso una soluzione di lavoro più sostenibile, garantito e tutelato».
Lo speciale contiene due articoli.
Mercato del lavoro in sofferenza che fatica a ripartire. Il 2020, l’anno dello scoppio della pandemia, ha scombussolato le carte in tavola. L’emergenza sanitaria è ben presto diventata economica, andando a colpire diversi settori strategici per l’Italia. I vari lockdown, la disorganizzazione, le decisione tardive hanno peggiorato la situazione nel nostro Paese. I ristori stanziati con i vari decreti Conte e poi Draghi sono risultati essere poca cosa, se confrontati con gli altri paesi europei. L’Italia però già prima della pandemia aveva una crescita bassa, rispetto agli altri stati Ue, e un mercato del lavoro poco reattivo. La situazione italiana pre pandemica non ha dunque permesso grandi stanziamenti per aiutare le imprese costrette a chiudere per cercare di limitare la circolazione del virus. E questo ha avuto come conseguenza la cessazione di diverse realtà economiche e il crollo dell’occupazione.
Secondo l’Istat tra giugno e ottobre il 68,4% delle imprese (che rappresentano il 66,2% dell’occupazione) ha dichiarato una riduzione del fatturato, rispetto allo stesso periodo del 2019. Nel 45,6% dei casi questo si è ridotto dal 10 al 15%, nel 13,6% si è più che dimezzato e nel 9,2% si sono registrati cali meno del 10%. Andando ad analizzare i diversi settori economici si nota come non tutti hanno subito gravi perdite. Aspetto sottolineato anche da una analisi condotta dalla Commissione dove si evidenziava come le realtà più tecnologiche o quelle che non hanno avuto problemi nel trasferire l’attività dall’ufficio allo smart working hanno continuato la loro attività senza troppi intoppi. Il problema c’è stato per il resto del mondo produttivo.
E dunque, stando ai dati Istat, la quota di operatori che riportano una perdita di fatturato compresa tra il 10 e il 50% è superiore alla media complessiva (45,6%) nel comparto dei beni alimentari (50,8%) e in quello dei beni di investimento (49,2%). All’interno della manifattura sono stati particolarmente colpiti la fabbricazione di prodotti in pelle, l’industria del legno e della carta stampata. La fabbricazione di altri mezzi di trasporto registra invece una quota significativa di imprese con un fatturato in crescita (26,2%). Il commercio, in particolare quello al dettaglio, ha risultati in linea con quelli aggregati nonostante le limitazioni amministrative. Il 42,3% registra un calo del 10-50%, il 10,6% di oltre il 50% e l’11,2% di meno del 10%. Molto più negativo l’andamento dei servizi ricettivi. Qui infatti, il 43,5% delle imprese dichiara assenza di fatturato o una diminuzione superiore al 50% e il 43% un calo del 10-50%. Stessa sorte per il mondo della ristorazione che registra flessioni. Il 26,7% non ha fatturato o subisce riduzioni di oltre il 50% e il 56,3% tra il 10-50%. I servizi alla persona, alle imprese o professionali si confermano infine i comparti più colpiti non riuscendo a beneficiare se non in misura limitata del complessivo miglioramento rispetto alla situazione di marzo-aprile.
Una congiuntura economica negativa ha però conseguenze anche sul mercato del lavoro. Stando all’ultimo bollettino Istat sugli occupati e disoccupati a febbraio 2021 (prossimo aggiornamento il 30 aprile) la situazione è stabile, se confrontata con il mese precedente, con un livello di occupazione al 56,5%. Si registrata una leggera flessione degli uomini e degli under 50 che sono in cerca di lavoro (-0,3% rispetto a gennaio, pari a 9 mila unità). Mentre per le donne e le persone con 50 anni o più si osserva un aumento. Il tasso di disoccupazione scende al 10,2% (-0,1%) e tra i giovani al 31,6% (-1,2%). Il tasso di inattività (chi non cerca lavoro) continua ad essere alto al 37%. A febbraio però c’è una nota positiva su questo fronte. E infatti si è registrata una lieve diminuzione (-0,1%) «per effetto, da un lato, della diminuzione tra le donne e chi ha almeno 25 anni e dall’altro della crescita tra gli uomini e i 15-24enni. Il tasso di inattività è stabile al 37,0%», sottolinea l’Istat.
Ampliando l’arco temporale il confronto è impietoso. Il livello dell’occupazione nel trimestre dicembre 2020-febbraio 2021 è inferiore dell’1,2% rispetto a quello del trimestre precedente (settembre-novembre 2020), con un calo di 277 mila unità. Si nota inoltre sia un aumento delle persone in cerca di occupazione (+1,0%, pari a +25mila), sia degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+1,3%, pari a +183mila unità). Ma non solo, perché l’Istat, sottolinea anche come le ripetute flessioni congiunturali dell’occupazione hanno determinato un crollo rispetto a febbraio 2020 (-4,1% pari a -945 mila unità). Questo ha colpito uomini e donne, dipendenti (-590 mila) e autonomi (-355 mila) e tutte le classi d’età, portando come risultato finale ad un tasso di occupazione che scende, in un anno, di 2,2 punti percentuali.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >