Fact checking e social network. In un’epoca in cui al dibattito si preferiscono le comode squalificazioni dell’avversario, si tratta di un tema rilevante. Non fosse altro per il ruolo che le grandi piattaforme rivestono oggi in termini di diffusione delle notizie e di costruzione del consenso elettorale. La questione è quindi delicata e rischia di incorrere in pericolosi cortocircuiti. Prendiamo un caso concreto, che riguarda Facebook. Il giornalista libertario americano, John Stossel, ha recentemente fatto causa al colosso di Menlo Park, dopo che quest’ultimo aveva bollato dei contenuti da lui pubblicati con l’etichetta «fuorviante»: a finire nel mirino del social sono stati alcuni suoi interventi eterodossi sul cambiamento climatico. In particolare, Facebook ha attribuito l’etichetta sulla base del lavoro svolto dal sito Web Climate Feedback.
Ora, quello che qui interessa non sono le teorie di Stossel, quanto semmai le argomentazioni che l’azienda di Menlo Park ha utilizzato nella sua memoria difensiva, depositata il 29 novembre. A pagina 2 del documento si legge: «Per prima cosa, Stossel non riesce a sostenere i fatti che stabiliscono che Meta [società che controlla il social network Facebook, ndr] ha agito con effettiva malizia, cosa che, come personaggio pubblico, dovrebbe fare. In secondo luogo, le affermazioni di Stossel si concentrano sugli articoli di verifica dei fatti scritti da Climate Feedback, non sulle etichette apposte tramite la piattaforma Facebook. Le stesse etichette non sono né false né diffamatorie: al contrario, costituiscono un’opinione protetta. E anche se Stossel potesse attribuire le pagine Web separate di Climate Feedback a Meta, allo stesso modo le dichiarazioni impugnate su quelle pagine non sono né false né diffamatorie».
Insomma, da quanto sostiene Facebook, le etichette costituirebbero una «opinione protetta»: ora, per «opinione protetta» si intende «opinione tutelata dal Primo emendamento», il quale – ricordiamolo – garantisce la libertà di espressione. Il problema è che Facebook (così come altri social) spesso si avvale delle sue etichette proprio per negare quella libertà all’interno della propria piattaforma. E attenzione: qui non ci riferiamo ai casi chiaramente oggettivi (asserire che gli asini volano è, per esempio, indiscutibilmente falso). No: qui ci riferiamo ai casi controversi, su cui esiste dibattito e che, rispetto ai casi palesemente oggettivi, sono senza dubbio molto più numerosi. Facciamo un esempio.
A maggio 2020, Twitter contrassegnò come «infondati» i post, in cui l’allora presidente americano Donald Trump paventava brogli elettorali con il voto postale. Il social linkò alle etichette alcune recenti analisi di testate, come Cnn e Washington Post. Ora, è vero che quelle testate contraddicevano i timori espressi da Trump. Ma è altrettanto vero che erano stati emessi in passato pareri altrettanto autorevoli che andavano nella direzione di quanto asserito dall’allora inquilino della Casa Bianca. Nell’ottobre 2012, il New York Times aveva per esempio pubblicato un’analisi piuttosto critica nei confronti del voto postale. Perché e in base a quale valutazione quell’analisi non è stata presa in considerazione dai fact checker di Twitter? Attenzione: questo non significa che Trump avesse necessariamente ragione, ma che la materia fosse controversa e che quindi non potesse essere risolta semplicisticamente con bollini arbitrari. Bollini che, anziché salvaguardarlo, negano il principio stesso della libertà d’espressione, perché si definisce automaticamente come propalatore di fake news chi non si allinea a una determinata vulgata. Che il colosso di Menlo Park si difenda in tribunale tirando in ballo il Primo emendamento lascia dunque un tantino perplessi: soprattutto dopo che, insieme ai suoi colleghi della Silicon Valley, ha bloccato unilateralmente l’account di Trump.
Si risponderà: Facebook e le altre piattaforme sono entità private e possono fare quello che vogliono al loro interno. Sì, sono entità private, ma si rifiutano da sempre di accettare le incombenze spettanti agli editori. Non a caso proprio Trump ha cercato senza successo di eliminare la famosa sezione 230, che garantisce alle grandi piattaforme di non essere trattate come editori. Ed è qui che sorge il problema. Se non sei (né vuoi essere) un editore, perché emetti bollinature su questioni controverse, dando per giunta l’illusione di poterle risolvere in modo manicheo? A pensar male, verrebbe da credere che, più che la corretta informazione, alle grandi piattaforme stia a cuore ben altro. Del resto, non mancano loro le porte girevoli con il mondo della politica. Innanzitutto il vice presidente degli affari globali di Facebook è l’ex vicepremier britannico, il liberaldemocratico Nick Clegg. In secondo luogo, a novembre 2020, Politico riferì che l’allora presidente statunitense in pectore, Joe Biden, avesse nominato nel proprio team di transizione vari ex pezzi grossi di Facebook. A gennaio, il sito Open Secrets riportò inoltre che «i dipendenti delle grandi aziende tecnologiche, tra cui la società madre di Google Alphabet e Facebook, hanno incanalato milioni di dollari nelle campagne dei democratici durante il ciclo elettorale del 2020». Tutto questo, senza dimenticare l’endorsement della direttrice operativa di Facebook Sheryl Sandberg a Kamala Harris l’anno scorso. Tali commistioni non sono un po’ preoccupanti?
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