- I governatori che guidano la fronda interna contro il Capitano sono gli stessi che hanno fatto scappare gli elettori. Per colpa del loro appiattimento sul disastro del Covid. Il leader ha le sue colpe e paga soprattutto l’appoggio a Mario Draghi (voluto pure dai detrattori).
- Nel Carroccio la minoranza si muove ma per ora il capo è saldo al comando. Roberto Maroni attacca Matteo Salvini sui giornali: «Serve un nuovo segretario». E le bordate arrivano pure dal Senatur e da Roberto Castelli. Al consiglio federale però la leadership non viene messa in discussione. Anche se la base ribolle.
Lo speciale comprende due articoli.
Che la sindrome di piazzale Loreto sia tra le patologie più diffuse in Italia non lo scopriamo certo oggi: dalla fine della seconda guerra mondiale siamo abituati a vedere capi politici prima osannati anche oltre il limite della decenza e poi calpestati dagli stessi che prima li applaudivano. Scene di questo genere si ripetono, con varie gradazioni di violenza, da diversi decenni. In queste ore la deleteria malattia sta iniziando a contagiare anche alcuni settori della Lega, i cui portavoce hanno affilato i coltelli e si apprestano a conficcarli nella schiena o nel ventre (a seconda del coraggio dei singoli) di Matteo Salvini.
Al Capitano leghista viene imputato il deludente risultato alle elezioni, il che è anche abbastanza normale: a chi guida la baracca spettano oneri e onori. E non siamo così ingenui da credere che l’assalto degli (ex) amici al leader indebolito non rientri fra le specialità della casa dell’universo politico. Non è sicuramente piacevole, ma rientra nella normalità pure il fatto che gli avversari politici sguazzino nelle beghe interne, le alimentino e le facciano deflagrare a livello giornalistico, cosa che in queste ore sta accadendo attorno al «caso Salvini», come l’ha chiamato ieri in prima pagina Repubblica. Lo stesso quotidiano, sempre nel pomeriggio di ieri, ha sfoderato un titolo lisergico: «La rivolta della vecchia Lega contro Salvini. Bossi fuori dal Parlamento dopo 35 anni: “Il popolo del Nord va ascoltato”».
Appena sotto, appariva una robusta intervista a Roberto Maroni con un titolo altrettanto suggestivo: «Serve un nuovo segretario». Tutto prevedibile e financo comprensibile, chiaro. Ma suscita comunque uno strano miscuglio di sentimenti – un po’ pena e un po’ ilarità – vedere il giornale progressista appiccicarsi a due suoi nemici storici pur di azzannare Salvini. Ognuno si sollazza come può.
Al di là delle questioni emotive (provocano un filo di tristezza anche certi commendatori leghisti pronti a sfoderare il dente avvelenato), ci sono alcuni temi strettamente politici che meritano di essere affrontati con una certa serietà specie ora che il centrodestra unito si appresta a governare, e dagli equilibri interni ai partiti dipenderanno anche le dinamiche di coalizione.
Non c’è dubbio che una riflessione interna alla Lega si imponga, anzi è necessaria visto il calo dei consensi: al netto della tendenza a disamorarsi rapidamente spesso mostrata dall’elettorato in tempi di «likecrazia», come l’ha definita Daniele Capezzone, è ovvio che qualcosa non sia andata nel verso giusto. Già, ma cosa?
Tutti, manco a dirlo, puntano l’indice nodoso contro Matteo Salvini. E che il segretario abbia commesso vari errori sarebbe stupido negarlo. In alcuni casi, forse, è stato mal consigliato, ma un buon capo deve scegliersi buoni consiglieri. Su altre faccende si è trattato più che di peccati, di omissioni, ma comunque dolorose per una fetta di elettorato.
Ora gli viene rimproverato, per dire, di avere trascurato le istanze autonomiste. Ed è difficile negare che sia così, non a caso il malumore della componente indipendentista cova da tempo. Volti storici come Roberto Castelli lo hanno apertamente manifestato in queste settimane, ma non è che prima lo avessero nascosto, e non li si può rimproverare di essere incoerenti. Nel primo governo Conte, Salvini era vicepremier, e riuscì a piazzare anche un ministro per le Autonomie, Erika Castelli. Che cosa abbia portato a casa di notevole non è dato sapere. Nello stesso governo i leghisti esprimevano anche un ministro dell’Istruzione, il cui apporto è stato sinceramente deludente.
Detto questo, seriamente pensiamo che a tirare giù il partito dalle vette sia stata la scarsa attenzione alle richieste venetiste, come sostengono in parecchi adesso, specialmente fra gli esponenti più vicini a Luca Zaia? O forse vogliamo credere che la mancata elezione di Umberto Bossi possa giustificare un pubblico linciaggio del capo fallito? Dai. Si inchiodi pure Salvini alle sue colpe, gli si rinfaccino pure le uscite becere, la gestione un po’ ballerina di casi problematici (vedi Morisi), o la carenza d’attenzione ai temi etici pur dopo gli sventolamenti di rosari in favore di camera. Ma urge fissare un paio di punti. Il Capitano, quando stava sugli allori, di certo non passava le giornate a parlare di Padania. Magari si faceva troppi selfie, ma non è stata la questione autonomista a danneggiarlo così tanto (altrimenti i suoi seguaci delusi non avrebbero votato Fdi). Gli si può certo rinfacciare il Papeete, per carità, ma è inutile nascondersi che a provocare il crollo elettorale non siano stati i mojito. No, il disastro lo ha causato la scriteriata gestione della pratica Draghi. L’ingresso nel governo dei Migliori ha logorato Salvini, i voti sulle misure restrittive hanno fatto infuriare anche alcuni tra i più fedeli ammiratori, e hanno messo in difficoltà più d’uno nel partito.
Più in generale, potremmo dire che sia stato lo schiacciamento sulla narrazione prevalente (il famigerato mainstream) a favorire il tracollo. Sorte condivisa da Giuseppe Conte, che però non solo ha potuto sbandierare al Sud il reddito di cittadinanza (provvedimento inviso a tanti leghisti), ma è pure riuscito a vendersi con furbizia la fuoriuscita dall’esecutivo, cosa che Matteo non ha potuto fare.
Ed eccoci al punto: perché Salvini è apparso a tratti avere le mani legate? Perché i suoi supposti sodali remavano contro. Adesso Zaia, Fedriga e addirittura Fontana, pur con intensità differente e talvolta mandando avanti i propri scherani invocano il confronto interno. Ma quanti voti hanno fatto perdere con la loro gestione del Covid? Ricordiamo che i governatori si sono voluti vendere come poliziotti del regime sanitario, con intemerate continue e talvolta violente contro i dubbiosi e i critici. Che lo abbiano fatto per convinzione o calcolo poco cambia. Quanti voti hanno fatto perdere gli idranti sui portuali di Trieste? E quanti i voti malefici a favore del green pass? Chiediamo: chi ha spinto per questi voti? Chi ha insistito sulla fedeltà a Draghi? Facile: molti di quelli che stanno invocando la resa dei conti. I governatori, i giorgettiani entusiasti, gli ex compagni di strada come Maroni che ancora a novembre 2021 invocava un super governo a guida Draghi tramite Repubblica. Si facciano allora tutti i processi del mondo, e ben venga che i capi si prendano le loro responsabilità. Ma un esame appena più allargato potrebbe, se non riequilibrare i carichi di colpa, evitare ulteriori delusioni in un futuro non troppo lontano.
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