La crisi dei Bitcoin, dai mancati pagamenti all’Inter ai casi di riciclaggio
  • L’accordo di appena un anno fa, della durata di quattro stagioni e per un totale di 85 milioni di dollari, è già saltato. I nerazzurri hanno dovuto rinviare la presentazione della seconda maglia. A gennaio a New York c’era chi metteva in dubbio Digitalbits.
  • È un mercato senza controlli e senza restrizioni sugli importi delle transazioni. Quindi per i criminali diventa facilissimo acquistare, rivendere e spostare la crittografia anche in altri portafogli «non dichiarati».

Lo speciale contiene due articoli.


Dovevano essere la novità per risollevare le sorti del calcio italiano, a caccia di sponsor e soldi data la difficoltà a reperire fondi come la Premie League dove l’ultima squadra in classifica guadagna di diritti televisivi quanto l’Inter: lo Sheffield United incassa ogni anno 105,6 milioni rispetto ai 100 dei nerazzurri. Eppure i bitcoin si stanno rivelando un grosso rischio. Dopo il botto del 2021, con il record di ottobre, il 2022 si sta rivelando l’annus orribilis per le criptovalute con un calo del 40%. Bitcoin è scambiato a un prezzo intorno ai 20.000, mentre il 15 ottobre dello scorso anno arrivò a 61.000. La crisi continua. Anche se negli ultimi giorni Bank of America dato rassicurazioni ai suoi investitori.

I buoni risultati del 2021 avevano convinto Inter e Roma a stingere accordi con Digitalbits una delle principali criptovalute a livello globale. Ma nelle ultime settimane la situazione ha iniziato a diventare difficile. Così a luglio è sparito il logo DigitalBits dal sito dei nerazzurri mettendo così a repentaglio l’accordo appena un anno fa, della durata di 4 stagioni e per un totale di 85 milioni di dollari. A quanto pare i soldi non sono arrivati. DigitalBits non avrebbe corrisposto all’Inter parte dei pagamenti relativi agli accordi del 2021. La situazione è critica. L’inter ha rinviato la presentazione della seconda maglia, in attesa di capire come andrà avanti il braccio di ferro con l’azienda di criptovalute. E pensare che a gennaio qualche investitore aveva lanciato l’allarme su New York Times presentando una causa a New York contro la società accusando alcuni manager di avere dirottato i soldi necessari allo sviluppo dell’azienda in operazioni come le sponsorizzazioni delle squadre sportive o persino viaggi di lusso.

Gli avvocati dello studio legale Ford O’Brien, che seguono l’investitore che ha sporto sostengono che dietro Digitalbit non ci sia nulla. E hanno spiegato che queste aziende «non hanno una blockchain pubblicamente accessibile o qualcos’altro da mostrare, se non accordi di sponsorizzazione da milioni di dollari e continui annunci sul fatto che “la cosa vera” è in arrivo». DigitalBits è anche lo sponsor di maglia della Roma, in base a un accordo dello scorso luglio che vale 36 milioni di euro su tre anni. Anche in questo caso oltre alla sponsorizzazione c’è il progetto di sviluppo di criptovalute e non fungible tokens per i tifosi. DigitalBits, basata alle Isole Cayman, non è l’unica realtà legata al mondo delle criptovalute che si è conquistata uno spazio nel calcio in Italia. Tra gli altri, la piattaforma di trading Binance ha fatto un accordo da 30 milioni per la sponsorizzazione della Lazio, BitMex è sponsor di manica del Milan mentre Crypto.com (anche questa una piattaforma di trading di criptovalute) è sponsor della Lega Serie A. Anche in Europa qualche squadra si è affidata alle criptovalute. Socios, società maltese, realizza fan token per oltre quaranta club, tra cui Juventus, il Milan, il Barcellona, il Paris Saint Germain. Non è la prima volta che si parla di truffe intorno ai bitcoin.

A inizio luglio l’Fbi, agenzia governativa di polizia federale degli Stati Uniti, ha messo una taglia di 100mila dollari per chi offre informazioni che possano portare all’arresto dell’imprenditrice bulgara Ruja Ignatova. La regina delle crypto (come si è autodefinita), scomparsa nel 2017 dopo essere stata accusata di aver truffato 3 milioni di investitori con la sua criptovaluta per 4 miliardi di dollari. E’ è l’unica donna nella lista dei 10 criminali più ricercati al mondo. Nel 2019 è stata accusata di otto capi di imputazione, tra cui frode telematica e frode sui titoli. Cittadina tedesca che viveva in Bulgaria, Ignatova lanciò OneCoin nel 2014, con l’obiettivo di sostituire bitcoin come valuta virtuale leader nel mondo . Ha operato in tutto il mondo e 8 anni fa sosteneva di avere oltre 3 milioni di clienti. Ma a differenza di bitcoin o di altre criptovalute, OneCoin non era supportato da alcuna tecnologia di tipo blockchain pubblica, sicura e decentralizzata.

La falsa criptovaluta non aveva valore reale e non poteva essere utilizzata per acquistare nulla. Le autorità statunitensi hanno definito uno dei più grandi schemi piramidali della storia e hanno affermato che Ignatova era la mente dietro la truffa. Secondo loro, ha operato come una rete di marketing multilivello e uno schema Ponzi, dove i primi investitori vengono incoraggiati a reclutare altri e quindi pagati dalle entrate degli investitori successivi. La maggior parte dei presunti collaboratori di Ignatova, incluso il co-fondatore di OneCoin Sebastian Greenwood, è stata arrestata. Greenwood è stato detenuto in Thailandia nel 2018. Poi è stato estradato negli Stati Uniti, dove è in attesa del processo. Il fratello minore di Ignatova, Konstantin Ignatov, è stato arrestato nel marzo 2019 a Los Angeles in relazione alla truffa. Si è dichiarato colpevole di frode e riciclaggio di denaro.

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