Per i burattinai di Greta è ora di incassare
  • Luisa Neubauer, vice dell’ambientalista in Germania, è leader di una campagna lautamente finanziata da Soros, Bill Gates e Bono. L’Ong «We don’t have time» ha raccolto 13 milioni sfruttando l’immagine della sedicenne. Il 22 aprile lancerà un suo social network.
  • Non è ecologia, ma solo un business che oltretutto all’Italia non conviene. Quella ecocompatibile è l’ultima mangiatoia delle grandi lobby, perciò è partito l’input globale a investirci. Ma per nazioni come la nostra questi nuovi filoni sono una beffa: costano di più e non creano posti di lavoro.
  • Diecimila gretini vanno in piazza: «La nostra lotta durerà anni». La svedese a Roma con i baby attivisti. Il ministro Sergio Costa rifiuta di incontrarla.

Lo speciale comprende tre articoli.

Dopo una prima fase di gestazione, la gigantesca operazione mediatica costruita intorno a Greta Thunberg, la giovane attivista svedese che si batte contro il cambiamento climatico, si accinge a staccare i primi dividendi. Perché se è vero come diceva l’economista John Maynard Keynes che «nel lungo periodo siamo tutti morti», d’altro canto l’antico detto latino secondo cui pecunia non olet non cessa mai di essere valido. Quante volte negli ultimi mesi ci siamo sentiti ripetere che il tempo sta per scadere e che se non facciamo qualcosa siamo spacciati? Il «fate presto» in chiave ecologista è un mantra talmente potente da riuscire a mettere d’accordo personaggi apparentemente agli antipodi come papa Francesco, Bono Vox, Emmanuel Macron, Sergio Mattarella e Jean Claude Juncker. Non c’è tempo: Greta l’ha ripetuto svariate volte anche durante la visita romana di questi giorni culminata ieri con il consueto sciopero del venerdì, spingendosi fino a fissare per il 2030 la data della presunta apocalisse.

Non è affatto un caso, dunque, se la startup fondata dall’imprenditore svedese Ingmar Rentzhog e sviluppata all’ombra di Greta Thunberg sia stata battezzata We don’t have time, che in inglese significa per l’appunto «non c’è tempo». Obiettivo finale il lancio di un nuovo social network, fissato per il 22 aprile in occasione della Giornata della Terra, per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema del cambiamento climatico. Scorrendo la lista degli ospiti che hanno confermato la presenza all’evento inaugurale ci imbattiamo in alcuni personaggi interessanti. Il nome più in vista è quello di Jeffrey Sachs, economista statunitense e direttore dell’Earth institute della Columbia University. Sachs è considerato l’ispiratore dei contenuti economici dell’enciclica Laudato si’ e solo lo scorso novembre ha tenuto in Vaticano una conferenza nella quale, novello Mosè, mostra in una slide le nuove tavole della legge ambientalista con tanto di «10 comandamenti del cambiamento climatico». Non è assurdo pensare che ci sia il suo zampino dietro al cordialissimo incontro tra Greta Thunberg e papa Jorge Mario Bergoglio. Nel 2006 l’economista aveva ricevuto da George Soros un assegno da ben 50 milioni di dollari, erogato in favore di Millennium promises, un’organizzazione nata per combattere la povertà in Africa e della quale ancora oggi Sachs risulta direttore. E la lunga mano del «filantropo» ungherese compare anche dietro la ventiduenne Luisa Neubauer, vice di Greta in Germania. La campagna «One» per la quale è ambasciatrice ha ricevuto infatti almeno mezzo milione di dollari dalla Open society di Soros, oltre a 13 milioni donati nel 2017 dalla fondazione Bill e Melinda Gates. Scorrendo più avanti, immancabile la presenza dei giovanissimi attivisti che oggi tanto vanno di moda. Si va da Jamie Margolin (alter ego statunitense di Greta) a Tiziana Arredondo e non manca nemmeno un italiano, il sedicenne Aran Cosentino. Tra i partner troviamo, oltre a un’ampia rosa di Ong: The climate reality project di Al Gore, Connect4climate della World Bank e Global Utmaning, il think tank del ricchissimo ex ministro Kristina Persson e del quale Rentzhog risulta presidente.

Ingmar Rentzhog è legato a doppio filo alla famiglia Thunberg. Quando il 20 agosto dello scorso anno Greta inizia di fronte al parlamento svedese il suo skolstrejk for klimatet (sciopero da scuola per il clima, ndr), guarda caso Rentzhog si trova nei paraggi e pubblica le foto della giovane sui social. La segnalazione viene raccolta dall’importante quotidiano svedese Aftonbladet, che rilancia le immagini di Greta a gambe incrociate con a fianco il suo ormai celebre cartello. Passano appena tre giorni e lo stesso giornale dedica ampio spazio a un servizio proprio sui Thunberg. Di recente il papà Svante, attore e produttore, e la mamma Malena Ernman, cantante lirica, avevano pubblicato un libro nel quale raccontano come la sindrome di Asperger della quale soffre la figlia e la sua «ossessione» per il cambiamento climatico avesse cambiato le loro vite. La vicenda diventa virale e si trasforma in un trampolino di lancio tanto per la coppia quanto per Greta, la cui notorietà si diffonde presto ben oltre i confini scandinavi. Nel bene e nel male, Ingmar Rentzhog contribuisce in maniera decisiva a lanciare la figura della ragazza.

Da buon imprenditore, Rentzhog fiuta le potenzialità dell’affare e continua a lavorare nell’ombra con l’obiettivo di reperire fondi per la sua creatura. Senza mettersi troppi scrupoli, in vista della campagna di fundraising lanciata a novembre, Rentzhog cita nel prospetto informativo destinato agli investitori il nome di Greta Thunberg per ben 11 volte. Un modo assai esplicito per marcare il territorio e ribadire che quel personaggio lo ha inventato lui.

Negli stessi giorni, l’imprenditore nomina la giovane attivista nel board di We don’t have time. Una ciliegina sulla torta che aiuta a convogliare nei conti della startup ben 13,1 milioni di corone svedesi (l’equivalente di 1,25 milioni di euro). La famiglia della ragazza e i media svedesi non la prendono bene, e lo accusano di aver sfruttato il nome dell’adolescente per i proprio scopi. Sebbene i Thunberg si siano dissociati dalla vicenda e Greta abbia poi dato le dimissioni dal board, Rentzhog va avanti spedito con il suo progetto che, come detto, si accinge a partire nel giro di una manciata di giorni. Perché, quando si tratta di far soldi, il tempo non manca mai.

Antonio Grizzuti


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