«Mamma non vuole lezioni Lgbt. Bimbo punito»
La denuncia: «Voti più bassi all’alunno dopo le lamentele per gli slogan arcobaleno».

I genitori ci pensino bene prima di criticare i corsi gender nelle scuole, perché il rischio è una penalizzazione in pagella a danno dei loro figli. A testimoniarlo, una vicenda che ha dell’incredibile e che arriva dal Piemonte, precisamente da una classe quinta della scuola primaria del convitto nazionale Umberto I di Torino. In breve, è accaduto che durante lo scorso anno scolastico, il 2020/2021, la madre di un alunno abbia ricevuto, al pari degli altri genitori, del materiale relativo a un corso di educazione sessuale. Visionata tutta la documentazione – per lo più corredata di innocue immagini di padri, madri e bambini -, la signora aveva dato serenamente il suo consenso a che il figlio partecipasse a tale attività.

Tutto sembrava quindi filare per il verso giusto fino a che, ad aprile, la signora non ha preso visione, nella chat su Whatsapp dei genitori della classe del figlio, di materiale palesemente arcobaleno. Parliamo di disegni e cartelloni accompagnati da scritte inequivocabili: «Love si love», «W Lgbt», «Lgbt forever», «noi Lgbt pensiamo sin da piccoli specialmente noi femmine che ci sia un cavaliere che ci viene a salvare ma alle volte cambia, magari qualche volta le principesse non vogliono essere salvate da un cavaliere ma da una “cavaliera”». Insomma, un vero e proprio campionario arcobaleno degno di Arcigay, Vladimir Luxuria non avrebbe saputo fare di meglio. Colpita da tutto ciò, la madre ha subito chiesto spiegazioni al figlio il quale, non senza un certo disagio, ha confidato d’essere stato indotto a partecipare a quell’attività. Di conseguenza la madre si è interfacciata sia con un’insegnante sia con la preside dell’Umberto I, sentendosi dire che quel «lavoro era stato svolto» in «maniera soft» e comunque dietro «una forte richiesta degli alunni». Morale della favola: l’alunno in questione, studioso e particolarmente brillante in matematica al punto da classificarsi in competizioni nazionali, ha terminato la classe quinta con voti più bassi del previsto. Troppo bassi a detta della madre, convinta che si tratti di una sorta di ritorsione a danno di suo figlio per le lamentele da lei avanzate su attività scolastiche delle quali, nonostante ciò sia espressamente previsto, non era stata informata.

Ad ogni modo, ora la vicenda è all’attenzione del ministro dell’istruzione Patrizio Bianchi; a sottoporgliela, attraverso una specifica interrogazione, è stato il senatore Lucio Malan, di Fratelli d’Italia, intenzionato a sapere dal ministro «quali provvedimenti intenda adottare nei confronti dei responsabili dello svolgimento di tale lezione fuori offerta formativa e senza il consenso dei genitori» e che ne sia, alla luce dell’accaduto, dell’articolo 30 della Costituzione, «che garantisce e tutela il diritto e dovere dei genitori ad educare i propri figli». In effetti, davanti a una storia simile è difficile sottrarsi all’impressione che la scuola, anziché affiancarsi alla famiglia nel compito educativo, miri sempre più a sostituirla.

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