La Cedu delude i gay. Roccella: ora sanatoria
Roberto Gualtieri (Ansa)
  • La Corte europea ha respinto i ricorsi contro l’Italia perché vieta il riconoscimento automatico di chi è nato all’estero con la surrogata. I «genitori» arcobaleno «potevano avvalersi dell’adozione, non l’hanno usata».
  • Il ministro della Famiglia pensa a una «soluzione legale» per i bambini partoriti fin qui. Scettici i Pro vita: «Così si vanifica l’iter per far diventare la Gpa un reato universale».

Lo speciale contiene due articoli.

La Corte europea dei diritti umani mette un’altra robusta pietra d’inciampo sulla strada del Far West delle culle. Ieri i giudici di Strasburgo hanno bocciato una serie di ricorsi contro l’Italia di coppie dello stesso sesso che chiedevano la condanna dell’Italia perché non consente di trascrivere all’anagrafe gli atti di nascita esteri per bambini nati approfittando dell’utero in affitto. Assai dura la motivazione: «La Corte constata che il desiderio di veder riconosciuto un legame tra i bambini e i genitori d’intenzione non si è scontrato con un’impossibilità generale e assoluta, visto che i ricorrenti avevano a disposizione la strada dell’adozione e non l’hanno utilizzata».

Insomma, ancora una volta cause e ricorsi si sono dimostrati tentativi di aggirare le norme, comprese quelle che in Italia vietano la maternità surrogata e la registrazione dei figli di coppie dello stesso sesso. Il quadro si va sempre più delineando in modo chiaro, dopo che negli ultimi giorni la Procura di Padova ha impugnato una serie di registrazioni, la Commissione europea ha ribadito che ogni Stato membro mantiene piena sovranità in materia di diritto di famiglia. E, alla Camera, è iniziata la discussione della proposta di legge di Fratelli d’Italia che rende perseguibile il reato di surrogazione di maternità commesso all’estero da un cittadino italiano.

I giudici di Strasburgo sono intervenuti su una serie di ricorsi di coppie omosessuali, ma anche su una richiesta di far condannare l’Italia presentata da una coppia eterosessuale. Tutti i ricorrenti erano andati all’estero per affidarsi alla pratica dell’utero in affitto e si lamentavano di non poter registrare in Italia gli atti di nascita. La Corte ha bollato come inammissibili tutti i ricorsi, confermando la legittimità del veto opposto negli uffici anagrafici.

In particolare, in una delle sentenze emesse il 30 maggio e pubblicate ieri, i giudici europei ricordano che «la maternità surrogata alla quale hanno fatto ricorso i denuncianti per crearsi una famiglia era contraria all’ordinamento pubblico italiano» e che «questi lo sapevano». Poi osservano che, in Italia, c’è anche una giurisprudenza ormai costante che consente all’altro genitore, quello putativo, di chiedere l’adozione del bambino e garantire, così, il diritto del minore ad avere una famiglia.

Infine, come detto, la Corte di Strasburgo spiega chiaramente che la via maestra per far valere i diritti la cui violazione è stata lamentata era proprio questa: adottare il bambino del compagno o compagna. Insomma, anziché piantare bandiere e bandierine, andare dritti all’esercizio delle potestà e dei doveri di genitore.

Va detto che la linea tenuta da Strasburgo stupisce poco, perché già a maggio del 2021, chiamati a esprimersi sulla legislazione islandese, i giudici considerarono legittimo il divieto dell’utero in affitto. E anche la Cassazione civile, a sezioni unite, l’anno scorso aveva indicato la via della cosiddetta stepchild adoption per risolvere una serie di problemi sulle trascrizioni e tenere il punto sulla surrogata come reato. Il problema è che anni di caos e scorciatoie più o meno lecite, magari nella convinzione che la battaglia per i diritti della comunità Lgbt avrebbe prima o poi risolto tutto, hanno lasciato aperti una serie di problemi.

Ieri Eugenia Roccella, ministro per le Famiglia e le Pari opportunità, ha praticamente aperto la porta a una sorta di «sanatoria» sui bambini già nati, anche se il termine, forse, non è dei più felici in un Paese che, di solito, lo usa per le tasse non pagate e gli abusi edilizi. Registrando La confessione con Peter Gomez sul Nove, Roccella ha affermato: «Dovremo pensare a una sorta di sanatoria una volta che ci sarà la nuova legge per la perseguibilità dell’utero in affitto, anche per chi lo fa all’estero, visto che in Italia è già vietato per fortuna. Io penso che sia utile introdurre una soluzione legale che non sia un modo di aggirare le leggi per i bambini nati fin qui».

Negli ultimi giorni, in effetti, un po’ di nodi sono venuti al pettine. Mercoledì un portavoce della Commissione europea, al quale si voleva far aprire una polemica contro l’Italia sul caso Padova, aveva ricordato senza mezzi termini che «ogni Stato in Europa è sovrano in materia di diritto di famiglia». La Procura della città veneta ha impugnato la trascrizione di 33 atti di nascita da parte di coppie di mamme, registrando anche il fatto che non tutte erano padovane e che evidentemente c’era stato un certo turismo anagrafico.

A Milano, per esempio, il sindaco Beppe Sala aveva registrato circa 300 bambini figli di coppie arcobaleno ma poi, a metà marzo, ha smesso dopo che Viminale e Procura avevano fatto capire che avrebbero applicato la legge che vieta a due persone dello stesso sesso di registrare un bambino. E il sindaco dem aveva giustificato il voltafaccia con la volontà di non esporre i funzionari comunali a rischi penali. Non senza polemizzare, però, con la Cassazione e con il suo invito a seguire la strada dell’adozione, definita da Sala «tortuosa». La stessa strada che oggi viene confermata anche da Strasburgo sulla base della sua evidente logicità: voglio fare il papà di un bambino? Lo adotto.

A Roma, invece, il sindaco Roberto Gualtieri, due settimane fa, ha trascritto per la prima volta l’atto di nascita di due minori nati all’estero da coppie di donne. Inoltre distingue tra bambini nati con l’eterologa o con la surrogata e teorizza che la sentenza della Cassazione dello scorso dicembre, riguardando un caso di utero in affitto, non riguarderebbe altre fattispecie utilizzate da coppie gay.

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