Se cita Benedetto, il Papa non esiste
Papa Leone XIV (Ansa)

«Tre colonne in cronaca, che sarà mai?». C’è una rivoluzione che non interessa al sistema mediatico, anzi ispira la sottovalutazione, impone il parlar d’altro: è quella iniziata da papa Leone XIV fra le mura millenarie del Vaticano. È singolare notare come giornali pronti a schierare editorialisti ad ogni frase di Francesco da Fabio Fazio e a scatenare i coloristi ad ogni cambiamento di scarpe o di occhiali del pontefice defunto, tendano a trattare il «metodo Prevost» (gentilezza nel ritorno alla tradizione) come qualcosa di scontato. Un contorno non una pietanza, fumo non arrosto. E invece, come insegna un vecchio proverbio scespiriano, dove c’è fumo c’è anche arrosto.

Così il potente discorso del Santo Padre davanti agli ambasciatori accreditati alla Santa Sede è passato come qualcosa di così risaputo, che i totem dell’informazione cartacea mainstream (Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa) hanno deciso che non valeva la pena commentarlo e in qualche caso neppure sottolinearne i passaggi chiave. Non si tratta di esibirsi nel consueto giochino del «si stava meglio quando si stava peggio» o viceversa, ma di attribuire valore a parole destinate a illuminare l’orizzonte, a far diradare la nebbia dopo 12 anni di progressismo gesuita con il piede sull’acceleratore. In realtà Leone è salito sul monte Sinai, ha preso martello e scalpello, ha scritto sulla pietra angolare.

«Dilaga il fervore bellico», ecco una stilettata all’Europa guerrafondaia dei volenterosi senza un’idea purchessia di pace. «I cosiddetti nuovi diritti smontano i diritti umani, è un corto circuito», un distinguo in risposta alle fughe in avanti woke, alla danza tribale attorno al totem fasullo delle minoranze al potere. Con la frase «Va sviluppandosi un linguaggio nuovo dal sapore orwelliano che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano», il pontefice ha smontato il pensiero unico, la melassa indistinta che esclude quando non demonizza chi non si allinea al conformismo dominante. Parlando degli incendi internazionali, ecco un pensiero sul Venezuela: «Si rispetti la volontà del popolo per risollevarlo dalla grave crisi». Un punto esclamativo, un richiamo alla libertà dell’individuo, al valore assoluto della vita umana disprezzata da Nicolás Maduro, dalla sua cricca, da Maurizio Landini e dai suoi seguaci postcomunisti nelle piazze e negli atenei italiani.

Parole da Papa ma non da tutti i papi. Parole che rimettono l’uomo con la veste bianca al centro del pensiero forte, al centro di quell’Occidente cristiano in difetto d’una guida, alla ricerca dell’anima perduta. Leone XIV ha citato tre volte Joseph Ratzinger, si è intestato l’eredità morale di quel sommo pensatore, e ha liquidato il predecessore con la gentilezza dovuta alla colleganza. Un anziano cardinale abituato ai Conclave sussurra: «Lui non guarda in basso dove c’è il numero dei like, lui guarda oltre dove c’è lo Spirito Santo». Buon segno per il gregge, pessimo per chi – da monsignor Antonio Spadaro al teologo Vito Mancuso – ha trascorso mesi a spiegarci (guarda caso da quegli stessi giornali distratti) che «non c’è nessuna discontinuità con Jorge Bergoglio». Il peso politico e teologico del discorso di Robert Francis Prevost è così evidente che non basta ignorarlo per cancellarlo. Lui va ripetendo: «Non sono un condottiero solitario» ma conquista terreno, conquista cuori dentro e fuori le Mura Leonine. La sensazione è che le ricette da salotto siano finite e il sacerdote da gay pride debba tornare in sacrestia a cercare la tonaca per l’ora della messa. L’imbarazzo è così grande che i media progressisti non hanno trovato nulla di meglio che sottolineare «l’irritazione» dei tradizionalisti per la mancata reintroduzione nel Concistoro della messa in latino. Guardare la pagliuzza per salvare la faccia, magra consolazione.

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