- Da Torino a Catania, i lavoratori massacrati dalle chiusure scendono in piazza. Intanto parte il balletto sui risarcimenti: non sarà ristoro completo, ma solo bonus. L’esecutivo spaventato medita il dietrofront.
- Tassisti, artisti e proprietari di locali protestano. Le frange violente sono la minoranza. Oggi incontro fra l’esecutivo e le associazioni di categoria. Si va verso un allentamento dei limiti orari a breve.
Lo speciale contiene due articoli.
René Magritte avrebbe avuto di che dipingere osservando le mosse e le strategie economiche di questo governo. La sintesi è quasi sempre la stessa: cioè che i giallorossi non sono certi neppure delle loro incertezze. Ieri mattina, il viceministro dell’Economia, Laura Castelli, annunciando il Consiglio dei ministri che oggi dovrà approvare il decreto Ristoro a favore di baristi, ristoratori e titolari degli altri esercizi costretti a chiudere alle 18, ha tenuto a specificare che le somme erogate sui conti correnti saranno il doppio del mancato fatturato. Verrebbe da dire: corretto. Il decreto, infatti, lo si vuol chiamare Ristoro. Non a caso. Se il governo obbliga a chiudere deve rimborsare il danno subito. La dichiarazione ha però avuto vita breve. Poco dopo le agenzie stampa si sono magicamente corrette e hanno riportato nuove dichiarazioni. «Dal 100% al 200% di quanto, in base al calo del fatturato di aprile 2020, le aziende hanno ottenuto con il fondo perduto del decreto Rilancio, parliamo di queste percentuali. In alcuni casi forse anche superiori», ha poi spiegato meglio la Castelli, aggiungendo che «il ristoro arriverà con un bonifico automatico, direttamente dall’agenzia delle Entrate, entro pochi giorni dall’approvazione del testo, ed è rivolto a tutte quelle attività che, per le disposizioni del dpcm, dovranno chiudere o limitare gli orari di apertura», e specificando che «ci sarà un pacchetto più ampio di aiuti».
È dunque chiaro che il decreto andrebbe chiamato Indennizzi, perché di questo si tratta e non di rimborsi. Chi si trova costretto a chiudere riceverà un nuovo bonus di importo maggiorato fino a tre volte rispetto all’elemosina ricevuta durante il primo lockdown. Non a caso il testo in via di definizione prevede per le erogazioni a fondo perduto non più di 1 miliardo e mezzo a copertura di ottobre e novembre. Le aziende che ne avranno diritto sono circa 350.000. Così il conto è presto fatto. Se si pensa al danno economico causato dallo stop sono briciole, solo in piccola parte compensate dalle altre misure cui faceva ieri cenno la Castelli.
L’obiettivo è di dare il via libera a un provvedimento unico che contenga anche il rifinanziamento della prima tranche di cassa integrazione (la proroga potrebbe essere di sei settimane per arrivare a fine anno o di dieci settimane per arrivare al 31 gennaio, in base alla disponibilità delle risorse) per garantire la copertura alle aziende che finiranno il sussidio a metà novembre. L’allungamento della Cig è però legato al blocco dei licenziamenti, tema che sarà oggetto di uno specifico incontro tra il premier Giuseppe Conte e i leader di Cgil, Cisl e Uil e che potrebbe essere affrontato direttamente in manovra. Tradotto, a finanziare la cassaintegrazione legata alle chiusure imposte dall’ultimo dpcm potrebbe essere destinata una cifra non superiore ai 2 miliardi in attesa di capire che accadrà alla legge finanziaria, che ormai è chiaro a tutti andrà riscritta da capo.
Così, al minimo necessario per la Cig oggi il governo aggiungerà altri fondi per gli affitti e i costi di locazione. «Previsto anche il credito d’imposta degli affitti per due mensilità cedibile al proprietario, lo stop della seconda rata Imu e un’indennità per i lavoratori stagionali, del turismo, dello spettacolo e dello sport». Infine, si vorrebbe aggiungere qualche fondo ulteriore per le famiglie che non hanno accesso a nessuna di queste misure. In pratica, si vuole far tornare il reddito di emergenza, il bonus per i lavoratori stagionali oltre a 600 milioni «per l’acquisto di prodotti di filiere agricole, alimentari e vitivinicole da materia prima italiana a favore degli esercizi di ristorazione» e «500 milioni per gli esercenti dei centri storici che hanno avuto un calo sensibile della presenza turistica».
Con il pallottoliere alla mano il decreto pronto in cottura dovrebbe come minimo contenere una spesa intorno ai 5 miliardi. Ma, visti i precedenti, è molto difficile fare stime. Bisognerà capire la quantità di coperture che verrà sottratta al budget del 2021 e quanto invece sarà legato a nuovo deficit. E quanto si giocherà sulla presa in giro dei crediti d’imposta che rischiano di essere un «voucher» che l’anno prossimo pochi potranno incassare.
Al di là dei meri numeri, il governo non ha spiegato fino a oggi se l’automatismo dei futuri indennizzi valga solo per le aziende che hanno già fatto richiesta la scorsa primavera, mentre per le altre si dovrà avviare dall’inizio la trafila. Il che non è un dettaglio. Farà la differenza tra ricevere i fondi all’inizio di novembre o ampiamente dopo Natale. A oggi ci sono ancora 17.000 lavoratori che aspettano l’assegno della Cig e circa 8 milioni di prestazioni anticipate dalle aziende che dovranno attendere il conguaglio.
D’altronde la filosofia è sempre la stessa e si basa sull’idea di sussidiare sempre e comunque. Il quando è un problema che i giallorossi non sembrano porsi. In questo l’imprinting venezuelano è palese. Basti pensare che solo due capi di governo hanno pensato di giustificare gli interventi anti Covid con la promessa di salvare il Natale. Uno è Conte e l’altro dieci giorni fa è stato Nicolás Maduro. Lui ha annunciato un piano di rilancio del commercio all’insegna del motto «Navidades felices y seguras». Temiamo che l’analogia non finisca qui.
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