Il grande tracciatore non ha tracciato le parole. Quella di Andrea Crisanti è una nemesi in piena regola: avesse avuto un tampone per fermare il flusso impressionista del pensiero oggi non sarebbe bullizzato. Cinque mesi fa l’aveva detto di Alberto Zangrillo: «Le sue parole sono estremamente pericolose». Ora il virologo padovano, rockstar televisiva con la Tesla, è in mezzo alla tempesta perfetta. Lui, scienziato preferito dalla corte giallorossa fino a ieri; consulente prediletto di ministri e magistrati dopo essersi proclamato grande elettore dem («Trovo nel Pd un punto di riferimento»); celebrato manganellatore di governatori e medici non allineati al pensiero contiano; adulato dai media tifosi del lockdown permanente per la sua naturale depressione millenarista («Ricordati che devi morire»), lui improvvisamente è diventato un pirla. Ma non uno dei tanti: il più sprovveduto e impresentabile di tutti. Un’eclissi di sole così si era vista solo quando Rita Pavone aveva fatto outing sovranista.
Il dettaglio più curioso è che Crisanti rosola all’inferno per l’affermazione più saggia e incontestabile pronunciata da quando è uscito dal vetrino di un microscopio per diventare mediaticamente qualcuno. Alla domanda se oggi farebbe il vaccino anti Covid, ha risposto così: «Normalmente ci vogliono dai cinque agli otto anni per produrre un vaccino. Per questo, senza dati a disposizione, non farei il primo che dovesse arrivare a gennaio. Vorrei essere sicuro che questo vaccino sia stato opportunamente testato e che soddisfi tutti i criteri di sicurezza ed efficacia. Ne ho diritto come cittadino e non sono disposto ad accettare scorciatoie». Un concetto banale, nella sua intima prudenza. Ma i guardiani della dittatura sanitaria e i terrorizzati chiusi in cantina con lo stipendio fisso a chattare, immediatamente lo scambiano per una bieca provocazione No vax. Per chi già straparla di obbligo vaccinale e di patentino del buon cittadino (Palazzo Chigi per bocca di Domenico Arcuri) l’uscita è urticante. Vista la valanga in arrivo, lui prova a spiegare: «Nessuno si è indignato perché si è arrivati impreparati alla seconda ondata, poi io dico una cosa ovvia sul vaccino e divento un No vax. In realtà sono un convinto sostenitore dei vaccini, ma è legittimo voler vedere i dati di efficacia e sicurezza. Questa è una demonizzazione».
Vero, ma il danno ormai è fatto, e tutte le medaglie finiscono in fonderia. Agli occhi del governo, Crisanti ne aveva guadagnate parecchie. Aveva picconato il monumento di Luca Zaia: «Il merito è mio. Se fosse stato per lui, il Veneto avrebbe fatto la fine della Lombardia». Aveva annientato Attilio Fontana: «Sarebbe una vergogna assegnare il G20 della sanità alla Lombardia», pur sapendo che in Italia non esiste un’eccellenza ospedaliera neppure lontanamente paragonabile. Aveva polemizzato con Zangrillo. Era arrivato come il generale Patton in Procura a Bergamo per fare il consulente dei pm. Prima dichiarazione molto equilibrata e poco autocelebrativa: «Sarebbe stata una strage se all’ospedale di Schiavonia avessimo fatto come ad Alzano». Nessuno era più organico di lui, e Conte lo aveva ingaggiato per fare tamponi a tutta Italia (Crisanti ha tolto il disturbo quando ha capito che li avrebbe organizzati Arcuri). Recentemente ha accusato i governatori di falsificare i dati dei 21 parametri. Sembrava il ventriloquo del premier. Era sull’altare, oggi è nel cassonetto.
La logica del Palazzo è ferrea: quando non sei più funzionale diventi un relitto. E viceversa. Perché è bastato che ieri un demonio con la patente come l’immunologo Matteo Bassetti contestasse Crisanti per vedersi trasformato in uno scienziato apprezzabile. Fino a un momento prima era un impresentabile per avere osato dire a voce alta ciò che tutti sanno: «Nella prima fase chi moriva d’infarto con il tampone positivo veniva inserito fra i deceduti da Covid».
Ieri contro il virologo padovano si è scatenata la canea filogovernativa. A dettare la linea il presidente del Consiglio superiore di sanità, Franco Locatelli: «Ho sentito dichiarazioni quantomeno sconcertanti di colleghi sulla sicurezza dei vaccini». Era il segnale. L’immunologa Antonella Viola: «Non ascoltate chi insinua dubbi, la scienza è aperta alla verifica dei dati. Quando arriverà, il vaccino avrà concluso la fase 3 con oltre 40.000 persone coinvolte». Pierluigi Lopalco, quello che si è fatto eleggere più velocemente di certi pm 25 anni fa: «È fuori discussione il fatto che mi farò il vaccino; mi sono offerto anche di far parte della sperimentazione». Roberto Burioni: «Se l’Ema dà l’ok a dicembre, il giorno dopo devono cominciare le vaccinazioni senza fermarsi neanche a Natale e a Capodanno. Chi ha orecchie per intendere, intenda». Guido Rasi, ex direttore dell’Aifa: «Quella di Crisanti è una dichiarazione irresponsabile e intollerabile». Massimo Giannini, il giornalista martire: «Trovo queste parole deplorevoli».
Il parassitologo trattato come un parassita, sic transit gloria mundi. Lo noterà dal diradarsi degli inviti in tv, a meno che non voglia fare la fine dell’orso al luna park. Ma non sarà un coprifuoco permanente, se s’inventa qualcosa contro le Regioni di centrodestra (meglio se la Lombardia), contro Zangrillo o magari contro Matteo Salvini può riguadagnare la pelosa stima dei giusti. Nel frattempo gli italiani dormano sonni tranquilli. Poiché a procurare i vaccini sarà il gran visir Arcuri, arriveranno quando mezza Europa li avrà testati. E noi avremo avuto il tempo di controllare se all’estero funzionano oppure no.
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