Sono passati cinque anni. Un lustro dalla mattanza parigina nella redazione di Charlie Hebdo, il giornale satirico che non risparmiava nessuno, né Dio né Allah, e che per questo, a sua volta, non fu risparmiato dalla sanguinaria violenza jihadista. Negli attentati di quei giorni morirono in tutto 17 persone, 12 nella sede del settimanale e altre 5 dopo 48 ore, quando un complice dei due killer autori della prima strage prese in ostaggio i clienti di un supermercato ebraico alle porte di Parigi. Il mondo ripiombò nell’incubo del terrorismo islamista e la Francia precipitò in una spirale lugubre culminata nel novembre successivo con la strage del Bataclan e dei bistrò parigini.
In questi giorni, in un tam tam planetario, si celebra l’anniversario di quella tragedia. Di solito in queste occasioni si traccia un bilancio del tempo passato e di ciò che i fatti di allora avrebbero dovuto insegnare. Ne parlano i giornali di tutto il mondo. Da noi il Venerdì di Repubblica, supplemento della testata tempio del progressismo e capofila del politicamente corretto, ha dedicato la copertina al ricordo di quegli orrori. Uno dei pochi giornalisti sopravvissuti all’attacco contro Charlie, Philippe Lancon, ha pubblicato un libro, La traversata, in cui racconta la ricostruzione fisica (una pallottola lo ferì a una mano e un’altra gli portò via metà faccia) e mentale durata mesi e mesi.
Che cosa abbiamo imparato in questi cinque anni? Nulla, viene da dire. Non abbiamo capito nulla dell’odio islamista verso l’Occidente e quindi non abbiamo imparato nulla nell’affrontarlo. I fratelli Cherif e Said Kouachi, dopo avere trucidato i giornalisti, fuggirono inneggiando ad Allah: «Abbiamo vendicato il profeta Maometto!», urlarono. «Abbiamo ucciso Charlie Hebdo!». E il primo ad ammettere che quelle vittime sono purtroppo morte invano è lo stesso giornale satirico. L’ultima edizione del settimanale è un numero speciale dedicato ai cinque anni dall’attentato. In copertina è disegnato un vignettista con le braccia e le mani schiacciate da un enorme telefonino che gli impedisce di esprimersi. «Nuove censure, nuove dittature», è il titolo.
Riss, il direttore, firma un editoriale commemorativo che denuncia la nuova cappa di conformismo ideologico e culturale. «Ieri», scrive Riss, «dicevamo “merde” a Dio, all’esercito, alla Chiesa, allo Stato. Oggi, bisogna imparare a dire “merde” alle associazioni tiranniche, alle minoranze narcisistiche, ai blogger che ci bacchettano come maestrine. Oggi, il politicamente corretto ci impone ortografia di genere, ci sconsiglia di usare parole che potrebbero disturbare».
Anni fa si rideva di tutto, adesso domina l’«ortografia di genere» in un presunto rispetto di minoranze che ci fanno pure la morale. Il bavaglio è rimasto, la paura a chiamare le cose con il loro nome continua a regnare ovunque. La sudditanza psicologica verso l’islam è quella di cinque anni fa. Non è stata scalfita la «sottomissione» denunciata in un libro dello scrittore francese Michel Houellebecq uscito, per una coincidenza macabra, proprio il giorno dell’attentato alla redazione di Charlie Hebdo. Un esempio clamoroso è la sentenza con cui pochi giorni prima di Natale la Corte d’appello di Parigi ha assolto un immigrato musulmano del Mali, Kobili Traorè, dall’accusa di avere ucciso una signora francese di religione ebraica gettandola dal terzo piano di un condominio.
Traorè aveva ammesso la brutalità dell’omicidio e molti testimoni lo avevano sentito urlare frasi del Corano mentre infieriva sulla vittima nel nome dell’antisemitismo. Ma per i giudici francesi Traorè è innocente. Il musulmano era drogato, agiva sotto l’effetto di stupefacenti, e dunque va ritenuto incapace di intendere e di volere. Se uccidi qualcuno perché guidi ubriaco finisci giustamente in carcere; se un musulmano tossico ammazza una donna ebrea viene dichiarato libero e scagionato da qualsiasi responsabilità penale. Hai visto mai che qualche estremista decida di vendicarlo.
Da noi un’attivista musulmana palestinese può salire sul palco delle sardine a Roma con il velo islamico in testa, fare il verso al rap di Giorgia Meloni e lamentarsi se riceve delle critiche sulle reti sociali dai soliti odiatori: l’ortografia del politicamente corretto imporrebbe di applaudirla incondizionatamente. La Meloni le ha replicato su Twitter: «Perché se tu sei fiera di essere islamica, io non posso esserlo di dirmi cristiana?». Sumaya Abdel Qader, consigliera comunale di Milano in quota Pd, non tollera chi critica il fatto di indossare il velo. Il suo sindaco, Giuseppe Sala, sempre in prima fila quando si tratta di condannare razzismo, sovranismo e antisemitismo, se ne sta zitto quando una dipendente del Comune di Milano definisce Israele «la peggio feccia» e sostiene che «l’odio di classe è salutare». D’altra parte, la signora sostiene gli espropri proletari e la maggioranza milanese di sinistra. C’è odio e odio, quello di classe va bene ma quello dei social no. La sottomissione politicamente corretta è viva e lotta insieme a noi.
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