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La tecnologia mi ha rotto voglio restare umano

Guardatemi in faccia, vi prego. Tornate a guardami in faccia. La tecnologia va bene, ma facciamo un passo indietro: proviamo a restare umani. L'altro giorno un tecnico, particolarmente visionario, provava a descrivermi le redazioni del futuro: computer che scrivono articoli al posto dei giornalisti, schermi piatti al posto dei redattori. «Ci sarà ancora bisogno di queste scrivanie?», mi ripeteva guardandosi in giro. «Tra un po' ci sembreranno vecchie come le macchine per scrivere che ormai teniamo nei musei». Sarà vero? Non lo so, ma confesso che quando è uscita la notizia che l'algoritmo di Facebook aveva censurato la foto simbolo del Vietnam, confondendo uno scatto da premio Pulitzer con ordinaria pedofilia, ho tirato un sospiro di sollievo: nemmeno il più cretino dei miei redattori l'avrebbe fatto. Forse c'è ancora bisogno di loro.

Restiamo umani, guardiamoci in faccia. L'altro giorno nella reception di un grand hotel ho visto un cartello enorme: «Fate il check in qui con il vostro telefono cellulare». Dietro quel cartello c'erano due gentilissime hostess che sorridevano. Ovviamente, per fare il check in, mi sono rivolto a loro. Si capisce: voglio restare umano. Ma mi chiedo: che senso ha fare il check in con il telefonino alla reception di un hotel mentre due hostess ti guardano? Per far vedere che sono tecnologicamente evoluto? O perché quelle due hostess tra un po' spariranno, come i redattori, e ogni cosa, persino la richiesta di una camera non troppo rumorosa, dovrà passare attraverso impersonali circuiti elettronici?

Amo i circuiti elettronici, li benedico ogni giorno, so benissimo quanto ci servono, quanto ci sono utili, quanti problemi ci risolvono. Ma non voglio restare loro schiavo. Voglio rimanere umano. Avete provato a chiamare un tecnico per i televisori? O per il condizionatore rotto? O per la centralina del Wi-Fi di casa? Ormai non esistono più: sono postazioni remote, call center, complicati formulari da compilare via Internet. Ti arriva un messaggio standard sulla tua posta elettronica che ti avverte: il tuo problema è risolto. Tu vai a verificare e scopri che non è vero. Non è risolto un beato piffero. Ma non hai nemmeno un umano con cui prendertela. Che fai? Ti metti a insultare un indirizzo mail?

No, non si può insultare un indirizzo mail. Ma soprattutto un indirizzo mail non risolverà mai un tuo problema, appena un po' più complesso del normale, leggermente diverso da quello pre-ordinato e pre-registrato. E allora che nostalgia per l'Umberto, l'Aldo, il Franco, quei vecchi tecnici che una volta arrivavano nelle case, studiavano il guasto, trovavano la soluzione con tutta la tecnologia del caso, ma anche con quel po' di genio e fantasia che nessuna postazione remota potrà mai avere. Magari corteggiavano anche un po' le casalinghe, vivaddio. Adesso la virtù delle mogli non è più messa a rischio, ma anche il Wi-Fi continua per giorni a restare rotto in attesa dell'ultima mail dell'impersonale del centro elaborazione minchiate assortite. Cioè da quel gran cervellone elettronico che non ha capito nulla.

I cervelloni elettronici non capiscono nulla ma ti fanno richieste sempre più assurde. Prima di darti una qualsiasi risposta, infatti, ti chiedono una serie di informazioni che nemmeno alla Nasa. Hai il condizionatore rotto? Devi inserire nell'apposito formulario su Internet i dati di fabbricazione, il numero di serie, e poi vi devi aggiungere pure il tuo codice Iban. Ora: a parte il fatto che se avevo tutte quelle informazioni sul condizionatore forse li fabbricavo, anziché cercare da essi un po' di refrigerio, ma mi spieghi, brutto ceffo di un centralino remoto, che te ne fai del mio Iban prima ancora di sapere ciò di cui ho bisogno? Prima ancora di vedere che cosa puoi fare per me? Non ti sembra di essere, tecnologicamente parlando, un cafone?

Guardiamoci in faccia, restiamo umani. A me piacerebbe che la tecnologia non finisse per calpestare gli uomini. Mi piacerebbe che ci fossero ancora i tecnici con le loro imprecazioni in dialetto, i redattori con le loro trovate, le receptionist che ti sorridono se devi prenotare una stanza in hotel. E vorrei che i nostri figli provassero a vivere in un mondo dove l'amicizia non è solo un clic, il sentimento non si riduce a un emoticon, per quanti ce ne siano sempre di nuovi e divertenti. Li avete visti, i nostri ragazzi, come sono impreparati di fronte al contatto umano? Come sono fragili? Passano il giorno a parlare fra di loro ma non sanno dirsi una parola, vedono tutto l'uno dell'altro ma non sanno sostenere uno sguardo. Forse sono l'inizio di un mondo nuovo, nel quale dell'uomo non ci sarà più bisogno perché saremo tutti sostituiti dagli algoritmi, come quelli di Facebook, che a prima vista possono perfino apparire più intelligenti di noi. Ma ecco, io di sparire del tutto non ne avrei una gran voglia. Non così, almeno. Proviamo a guardarci in faccia ancora per un po'. Magari riusciamo pure a evitare qualche stupidaggine.