Zelensky non vuole la democrazia, solo i soldi
Volodymyr Zelensky e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Store (Ansa)

Nel 1944, mentre le truppe americane combattevano nella seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti svolsero regolari elezioni: Franklin D. Roosevelt, presidente uscente, vinse contro il repubblicano Thomas E. Dewey. Nel 1940 il Regno Unito, scosso dalle pesanti sconfitte in Norvegia contro i nazisti, depose Neville Chamberlain e, senza tuttavia passare dalle urne, chiamò Winston Churchill a guidare un governo di unità nazionale. Il resto è storia. Per Volodymyr Zelensky, circondato da scandali di corruzione che hanno eroso la fiducia nei suoi confronti e con un mandato scaduto nel 2024, le elezioni rappresentano, invece, un «rischio enorme».

Ieri, infatti, è arrivata la risposta del presidente ucraino agli appelli lanciati dal suo ex ministro della Difesa, Mykhailo Fedorov, affinché Kiev trovi un sistema per votare anche durante un conflitto prolungato. Per l’uomo che ha cambiato le sorti della guerra guidando la rivoluzione dei droni, la democrazia non dovrebbe essere «ostaggio della Russia». «Credo che durante una guerra come questa, le elezioni in generale rappresentino un grande rischio», ha replicato Zelensky, descrivendole come «uno tsunami per lo Stato che potrebbe dividere l’Ucraina». «Pertanto», ha aggiunto, «la mia strategia è quella di portare il Paese alla fine della guerra e preservare uno Stato indipendente e sovrano». Ma Federov è tornato all’attacco dai microfoni della Bbc, affermando che il presidente deve «rispondere» sui casi di corruzione e tirando una stoccata sulla salute della «democrazia» del suo Paese: «Se non posso condividere le mie idee ed esprimerle apertamente davanti alla mia società, per cosa stiamo combattendo?».

Tra le tante figure vicine a Zelensky coinvolte in scandali di corruzione, basti ricordare Andriy Yermak, a lungo capo dell’ufficio del presidente, Herman Halushchenko, ex ministro dell’Energia e poi ministro della Giustizia, Oleksiy Chernyshov, ex vice primo ministro e ministro dello Sviluppo delle comunità e dei territori, e Iryna Mudra ex vicecapo dell’ufficio del presidente. Per non parlare di Timur Mindich, storico socio in affari di Zelensky, fuggito in Israele appena è stato scoperto il grasso sistema di tangenti da lui orchestrato. Il problema della corruzione, insomma, non è di poco conto. Non solo perché il massimo potere del Paese, intorno a cui si moltiplicano gli scandali, nega le elezioni con la scusa, di per sé non del tutto peregrina, della guerra in corso. Ma anche per il fatto che – ed è il lato più tangibile per popoli europei – a sparire in «cessi d’oro» e similari sono i nostri soldi. Da quando gli Usa hanno fatto un passo indietro, infatti, sono i Paesi dell’Ue a sobbarcarsi il costo finanziario del sostegno a Kiev.

E infatti, è proprio ad essi che si è rivolto ieri Zelensky per battere cassa. «Siamo in attesa di ricevere 30 miliardi di euro di fondi europei, la cui erogazione è legata all’approvazione delle riforme richieste. In questa fase è fondamentale che il Parlamento lavori a pieno regime, inclusa l’opposizione. Questi 30 miliardi non appartengono né al governo né all’opposizione: sono risorse vitali per la difesa dell’intero Paese». Il presidente ucraino ha anche dichiarato di stare lavorando con Francia e Germania per anticipare questa tranche di 30 miliardi, che serve a coprire un buco di bilancio nel ministero della Difesa di 27 miliardi di dollari dovuto, in parte, all’anticipo di alcune spese per la produzione di droni.

Droni usati per colpire le raffinerie russe, causando ulteriori rialzi sul prezzo del petrolio, con le conseguenze di cui tutti gli italiani fanno esperienza quando si recano a fare benzina. Il quadro, dunque, si delinea piuttosto paradossale. Un presidente immerso in scandali di corruzione nega le elezioni accampando come motivo la guerra in corso, conflitto che tuttavia paghiamo noi, e due volte: con i finanziamenti diretti a Kiev e con costi dell’energia e dei carburanti alle stelle. E intanto ieri il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha prorogato di due giorni, fino al 26 agosto, gli sconti sulle accise, con il governo italiano che compra tempo di fronte all’ennesima situazione di emergenza. L’extragettito derivante dal caro benzina difficilmente basterà a dare ossigeno a popolazione e imprese, ma i vincoli dell’Ue, quella stessa Unione che si erge, quando conviene, a custode dello Stato di diritto, non consentono molti margini di manovra.

Zelensky ha anche dichiarato di vedere opportunità per la pace nella finestra che va dal G20 negli Stati Uniti, il prossimo dicembre, alla fine dell’estate del 2027, quando inizierà a muoversi la macchina delle presidenziali americane. L’ex comico ha anche spiegato di aver elaborato un piano di pace con Usa e Ue che prevede una zona franca realizzata attraverso «passi indietro», in eguale misura, tra i due nemici. Condizioni che appaiono evidentemente inaccettabili per Mosca, ma intanto da Kiev giungono notizie di piani per ridurre l’età della coscrizione . Per ragioni non note, infine, gli inviati Usa Steve Witkoff e Jared Kushner hanno rimandato la visita a Kiev e Mosca. La pace sembra ancora lontana.

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