È iniziata l’Era del revisionismo. Archiviato il Ventennio italiano del Novecento, è finalmente cominciato quello del Ventennio americano del secolo in corso. Di colpo, senza preavviso, siamo precipitati nella stagione dei grandi ripensamenti. Ben vengano. Sgombrare il campo da miti e narrazioni fasulle, potrebbe aiutare un cambio di passo.
Cadono alcune presunte certezze, alcuni cardini ufficiali che hanno strutturato la vita dell’Occidente negli ultimi decenni. Alcuni pentimenti meritano fiducia, altri qualche dubbio in più. In ogni caso, se un po’ di nebbia si dirada il paesaggio diventa più limpido anche nei suoi difetti. Non vorremmo peccare di ottimismo, ma un po’ di verità fa bene a tutti. I tre fatti convergenti, due inchieste giudiziarie e un’importante autocritica politica, sono basati nell’America trumpiana. Ma lui, l’arancione capo della Casa Bianca, c’entra solo in parte perché a entrare in crisi è l’equilibrio confezionato durante le amministrazioni Obama e Biden.
Cominciamo dal fatto minore, anche se potenzialmente molto dirompente. Qualche giorno fa è iniziato in California il maxiprocesso contro Meta che, per le possibili conseguenze, molti analisti paragonano alle azioni legali contro «Big tobacco» degli anni Novanta. A portare in tribunale Mark Zuckerberg sono 29 dei 50 Stati americani. La società di Facebook e di Instagram è accusata di «aver reso dipendenti i minori», di averli «sfruttati» e di aver «ingannato il pubblico». Il processo muove dall’inchiesta avviata dalla scrittrice e attivista Frances Haugen, autrice del volume Il dovere di scegliere. La mia battaglia per la verità contro Facebook, un testo del 2023 (pubblicato in Italia da Garzanti). Sotto la lente dei giudici non ci sono i contenuti delle piattaforme, quanto il design delle app creato strumentalmente per causare dipendenza con lo scrolling infinito, gli algoritmi di raccomandazione mirata dei post e le notifiche persistenti. Il dibattimento che, oltre ai vertici di Meta vedrà sfilare testimoni ed ex dipendenti, durerà sei settimane, al termine delle quali non si pronuncerà una giuria popolare, ma un giudice distrettuale. Si ipotizza in 1.400 miliardi di dollari l’entità della richiesta danni comminabile a Zuckerberg, in pratica l’intero capitale di Meta. Se le accuse troveranno conferma, sarà probabile un effetto valanga sugli altri marchi, da YouTube a TikTok, che cambierebbe radicalmente l’universo della comunicazione digitale. Insomma, per dirla chiara, rischia di venire giù tutto.
Dove invece i crolli già turbano l’opinione pubblica non solo americana è nella seconda grande partita oggetto di ricalcolo, quella della gestione della pandemia. Tutto è diventato evidente in occasione dei silenzi di Antony Fauci, protetti da 111 appelli al Quinto emendamento durante la deposizione al Senato. Va ricordato che, con la grazia concessa a fine mandato da Joe Biden, il superconsulente scientifico della Casa Bianca gode anche dello scudo giudiziario preventivo per il periodo 2014-2025. Ora la contestazione della narrazione ufficiale degli anni del Covid si sta imponendo grazie alle confessioni del braccio destro di Fauci, David Morens, che davanti alla corte federale del Maryland ha ammesso di «aver nascosto comunicazioni governative per ostacolare le indagini sulle origini della pandemia» (Maddalena Loy, su queste pagine). In pratica, Fauci e Morens hanno occultato informazioni, anche usando canali di comunicazione private, che potevano provare l’origine, oggi assodata, del Covid-19 nel laboratorio di Wuhan, parte delle cui ricerche erano finanziate da enti statunitensi. Inoltre, ora si scopre che la longa manus del superconsulente ha pilotato anche i rapporti dei servizi segreti e le inchieste dei media americani. Infine, l’ultimo tassello a conferma dello scandalo, sono le improvvise e strategiche dimissioni a Ginevra di Jeremy Farrar, capo scienziato dell’Organizzazione mondiale della sanità, già consulente di Bill Gates e partner dello stesso Fauci nei primi mesi del 2020.
Se sul condizionamento del pubblico dei social il cambio di rotta è appena iniziato, mentre lo scandalo della gestione della pandemia si sta mostrando nei contorni più inquietanti, l’inaudito rinnegamento wokista del mondo progressista è invece sotto gli occhi di tutti. A innescarlo è stata Alexandria Ocasio-Cortez, esponente della sinistra radicale e probabile prossima candidata alla Casa Bianca. «La stagione del woke 1.0 è stata follia», ha sentenziato stupendo i borghesi che ormai esauriscono il suo schieramento. L’odore di operazione elettorale è piuttosto forte anche se qualcuno sembra crederci. In America cominciano a capire che «i gay pride non danno da mangiare alle famiglie», ha osservato Carlo Freccero. Anche perché, in quel caso, di famiglie poche, verrebbe da dire. La nostra sinistra, è noto, fa l’eco ai sommovimenti dei dem americani e infatti Repubblica, storicamente la più wokista del bigoncio, si è lanciata nella grande revisione con un profluvio di interventi e articolesse fino a coinvolgere Giuseppe Conte, impegnato nella scalata alla leadership del campo largo. Così, il lezzo elettorale aumenta, anche perché, in assenza di repliche della wokistissima segretaria, dalle parti del Pd respingono il ripensamento al mittente. Insomma, il pentimento galleggia in superficie. Nella patria del politicamente corretto, per esempio, i college, Columbia university in testa, non sono certo disposti a mollare la presa, non fosse altro per opporsi al demonio della Casa Bianca. In Europa, per saperne di più basta rivolgersi a Nathan Cofnas, il docente di filosofia all’università belga di Ghent, sospeso dalla rettrice Petra De Sutter, esponente dei Verdi e già prima ministra transgender. La colpa di Cofnas? Aver rivelato i plagi e le falsità del curriculum di Jason Arday, il professore «afrodiscendente» di Cambridge, morto suicida dopo la scoperta delle sue numerose truffe, che gran parte dei media europei, Repubblica compresa, dipingono ancora come vittima del razzismo.
Sì, l’Era del revisionismo è cominciata, ma sul sentiero della wokeness deve ancora camminare parecchio.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >