Gli attacchi di droni ucraini su raffinerie e infrastrutture petrolifere russe ostacolano il secondo produttore mondiale di petrolio. La scorsa notte, ordigni di Kiev hanno colpito la raffineria Taneco di Nizhnekamsk, nel Tatarstan, a 1200 chilometri dal confine.
L’impianto ha una capacità di lavorazione di 16 milioni di tonnellate di greggio l’anno ed era stato attaccato anche lo scorso 10 agosto.
È stato bersagliato anche il terminal petrolifero Tamanneftegaz di Krasnodar, dove è scoppiato un incendio. Il giorno prima altri vettori avevano appiccato un incendio alla raffineria di Ufa, in Baschiria, a 1000 chilometri dall’Ucraina.
Sono solo gli ultimi episodi di una campagna iniziata saltuariamente nel 2024 e intensificatasi fra 2025 e 2026, man mano che si rendevano disponibili droni a lungo raggio per minacciare impianti più lontani.
La Russia contende all’Arabia Saudita il secondo posto per l’estrazione di greggio. Al gennaio 2026, se gli Stati Uniti erano primi con 13 milioni di barili al giorno, sauditi e russi li seguivano praticamente alla pari, con circa 10 milioni di barili quotidiani ciascuno.
La decurtazione della capacità russa di raffinazione, nonché i raid sui terminal petroliferi vanno a intrecciarsi al confronto Usa-Iran nel Golfo Persico nel rincarare il petrolio, che ieri alla Borsa di New York è salito del 2,71%, a 88,16 dollari al barile, mentre il Brent è lievitato del 3,25%, toccando 94,6 dollari al barile. Beninteso, non sarà la crisi dei carburanti in Russia a spostare la bilancia della guerra dalla parte di Kiev, ma le ripercussioni ci sono.
Benzina e gasolio, Mosca costretta a importare carburanti
Il Cremlino non rilascia cifre ufficiali, ma lo scorso 30 luglio ha decretato il blocco dell’export di benzina e gasolio in vigore dal 1° agosto al 31 gennaio 2027. Nel luglio 2026 lo Stato Maggiore delle forze armate ucraine ha dichiarato la capacità di raffinazione russa «ridotta del 42%», mentre il presidente finlandese Alexander Stubb affermava che la capacità russa di esportare petrolio «è decurtata del 40%». Più caute le stime dell’International energy agency, che valuta nel 20% la riduzione delle capacità russe.
Se il 19 agosto il presidente Vladimir Putin ha ammesso «difficoltà economiche», pur minimizzandole, poche ore dopo il vicepremier russo Alexander Novak ha rivelato che la Russia importa carburanti dall’estero per tamponare la carenza interna di benzina e gasolio: «Le importazioni sono già iniziate. Sono stati adottati provvedimenti normativi per consentire la produzione di ulteriore carburante di classi inferiori Euro-2, Euro-3 ed Euro-4.
Le autorità prevedono che diverse raffinerie completino presto i lavori di manutenzione, il che porterà a un miglioramento della situazione». «Manutenzione» significa riparazione dei danni da droni. Che in genere sono distruzioni circoscritte in enormi impianti con una selva di tubi e cisterne.
Danni riparabili in pochi giorni, ma ripetuti. Ad esempio, la raffineria di Tuapse, nel Krasnodar, di proprietà di Rosneft e capace di 12 milioni di tonnellate l’anno, è stata attaccata undici volte, fra gennaio 2024 e maggio 2026. Quella di Ryazan, che lavora fino a 13 milioni di tonnellate di greggio, è stata colpita nove volte, da gennaio 2025 a luglio 2026.
La Russia starebbe importando carburanti raffinati da paesi come India, Kazakhistan e Bielorussia. Altro effetto è che tradizionali importatori di carburanti russi si rivolgono ad altri fornitori. Ieri il Tagikistan, che di solito comprava dai russi l’80% di benzina, gasolio e kerosene, ha annunciato che ordinerà 2,5 milioni di tonnellate di carburanti all’Iran.
Gli attacchi russi e la pressione sul fronte ucraino
Anche i russi proseguono le loro incursioni e la scorsa notte droni Shahed e missili Iskander su Kiev hanno colpito anche un ospedale pediatrico, oltre a edifici e industrie, uccidendo 16 persone. Il presidente Volodymyr Zelensky ha seguitato a chiedere agli alleati missili antimissile e il ministro degli Esteri Andrij Sybiha ha perfino detto che «ogni intercettore che ci fornite è un atto di umanità».
Ma l’intelligence militare ucraina Gur ha stimato ieri che la Russia produce almeno 200 missili balistici al mese. Sul terreno i russi hanno conquistato Nikolaipolye e Matyashevo, nel Donetsk. Secondo il Ministero della Difesa di Mosca, la presa di Matyashevo ha permesso di tagliare vie di rifornimento delle truppe avverse nel settore di Dobropoliye, facilitando la pressione sulle città-fortezza ucraine.
La Romania ha segnalato lo schianto di un drone aereo sul confine con l’Ucraina e la scoperta di un drone marittimo presso una piattaforma gasifera sul Mar Nero, quest’ultimo colpito da un caccia F-16. Bucarest ha attribuito gli ordigni a Mosca, anche se almeno il drone marino potrebbe facilmente essere un Magura ucraino.
E a proposito di misteri, ieri s’è appreso, dalla testata tedesca Legal tribune online, che il presunto attentatore ucraino Volodymyr Zhuravlyov, arrestato ieri in Croazia su mandato tedesco e sospettato di aver sabotato il gasdotto Nord Stream nel 2022, lavorava a un film su tale attacco. Zhuravlyov collaborava al film «Snake Island», con protagonisti Adrien Brody e Sean Penn, diretto dal regista statunitense Doug Liman.
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