Il caldo, si sa, dà alla testa, ma anche le ideologie progressiste e «inclusiviste», quando ci si mettono, producono effetti poco salubri. È quanto accade in Germania, dove ci sarebbero ormai «piscine antirazziste» riservate a determinate, e quindi privilegiate, «minoranze etniche».
Questa estate a Berlino le temperature hanno battuto tutti i record, sfiorando i 40 gradi, il che ha spinto i tedeschi a riversarsi in massa nelle piscine all’aperto, per sfuggire al caldo soffocante. Ma perfino un innocuo bagno rigeneratore è divenuto fonte di tensioni politiche e sociali e in tal senso destra e sinistra si sono scontrate.
Infatti presso l’iconico teatro Volksbühne della capitale è stata realizzata una piscina temporanea all’aperto divenendo da subito la meta più ambita dell’estate berlinese.
Anche perché contrariamente a tutte le altre «Schwimmbäder» questa del teatro – una modesta vasca di 25 metri per 6 – è gratuita e non è previsto nessun controllo dei documenti per i fruitori.
Per evitare le folle e le code incessanti, i gestori dell’attività, mal ispirati, invece di fissare un numero massimo di accessi quotidiani, hanno pensato bene di regolare l’afflusso in base a criteri etnici, annunciando giorni fa che in tale data la piscina sarebbe stata aperta «esclusivamente alle comunità nere». Comprensibilmente la decisione ha provocato una tempesta politica e mediatica, dopo che per decenni il concetto stesso di «nero» e «bianco» applicati all’umanità sono stati processati e decostruiti in nome del politicamente corretto e del «siamo tutti tedeschi» a prescindere dal colore della pelle.
La protesta social si è aggravata quando il Volksbühne ha candidamente annunciato che ci sarebbe stata una «sessione di nuoto di sei ore» riservata ai membri dell’organizzazione antirazzista «Each One Teach One» che si occupa di «emancipazione delle persone di colore».
Per le «quote nere» prima e le «quote antirazziste» poi molti tedeschi si sono infuriati e Alice Weidel presidente di Alternative für Deutschland ha dichiarato che le due decisioni erano una forma di «apartheid». Parole eccessive e provocatorie certo, ma che vorrebbero aprire un dibattito sulla legittimità delle piscine etniche, anche perché di questo passo, per evitare altri affollamenti, finiremmo per creare «spiagge etniche», «discoteche etniche», «vagoni ferroviari etnici» e chi più ne ha più ne metta.
Per il direttore del Volksbhne Theater, Matthias Lilienthal, quella sull’apartheid è solo una «pessima battuta» perché il vero apartheid esistito in Sudafrica, era un sistema in cui «i diritti» erano concessi «in base alla razza». Lui invece, verrebbe da commentare per celia, concede il diritto all’ingresso in piscina solo «in base all’etnia».
Secondo Lilienthal non ci sarebbe «nulla di sbagliato» nell’organizzare eventi di nuoto che i critici hanno definito come forme di «segregazione razziale». Anche perché, ha precisato alla stampa, i responsabili della piscina si sarebbero limitati a chiedere alle persone in fila all’ingresso: «lei si sente parte della comunità nera?». E qui l’ipocrisia dell’ormai noto «razzismo degli antirazzisti» raggiunge le stelle: prima si fa un evento in cui può entrare solo chi fa parte di una data «comunità» (che ha per criterio il colore della pelle: né la nazionalità, né la cittadinanza). Poi si ammette che tutti, per non essere discriminati, possano «sentirsene parte». Sembra l’ideologia del gender, che cancella il sesso in nome del pensiero, applicato alla pelle e al corpo: la biologia, anche qui, resta il nemico.
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