- Agguato a Kibumba, muoiono il nostro diplomatico Luca Attanasio, un carabiniere e un autista locale. I tre viaggiavano in un convoglio delle Nazioni unite. Le misure di sicurezza, però, erano inesistenti.
- Sono diversi i gruppi armati che operano in quell’area, che nel frattempo fa i conti con l’estrema povertà, il Covid e l’ebola. Intanto la Cina punta le sue materie prime.
Lo speciale contiene due articoli.
La versione ufficiale è che ad assaltare il convoglio composto da due jeep dell’Onu che accompagnava l’ambasciatore italiano nella Repubblica democratica del Congo, Luca Attanasio, all’altezza della città di Kibumba, siano stati i ribelli hutu delle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda, responsabili di violenze e rapimenti a scopo di lucro. Nell’agguato, oltre al diplomatico italiano, 43 anni, originario di Limbiate (Monza e Brianza), uno degli ambasciatori più giovani al mondo (era in servizio in Congo dal 2017), che lascia la moglie e tre figlie, hanno perso la vita il carabiniere Vittorio Iacovacci, 30 anni, di Sonnino (Latina), e Mustapha Milambo, l’autista del mezzo sul quale viaggiavano. Altre tre persone sono state rapite. Una, invece, è stata rilasciata e ritrovata dai militari delle forze armate.
Il sito congolese Actualité, citando fonti anonime scrive che «gli autori dell’attacco, le Fardc, avrebbero avuto come obiettivo principale proprio il diplomatico italiano». Ma ci sono anche altre ipotesi alternative: contrabbandieri da tempo in guerra con le guardie forestali del Parco del Virunga, esponenti della locale criminalità organizzata specializzati in rapimenti con finalità di riscatto o milizie islamiste. Una cosa è certa: qualcosa nell’organizzazione logistica della visita ufficiale non ha funzionato. Lo si è capito subito dopo l’attentato, quando si è appreso che la polizia congolese non era stata informata del viaggio dell’ambasciatore italiano (la delegazione proveniente da Goma era diretta a Rutshuru, sede di un progetto scolastico del Pam, il Programma alimentare mondiale). Tanto che il generale della polizia nazionale Abba Van si è detto «sorpreso» del fatto che il diplomatico si fosse recato nella regione senza un convoglio della polizia.
Il ministero dell’Interno e della sicurezza della Repubblica democratica del Congo, poi, ha dichiarato che le autorità provinciali del Nord Kivu non erano a conoscenza della presenza dell’ambasciatore italiano e che questo non ha permesso loro di fornirgli misure di sicurezza. È uno degli aspetti che dovrà chiarire
la Procura di Roma, che ha aperto un fascicolo: nel procedimento, coordinato dal procuratore Michele Prestipino, si procede per sequestro di persona con finalità di terrorismo, aggravato dalla morte dell’ostaggio. I magistrati romani, competenti per i reati commessi all’estero che hanno come vittime cittadini italiani, hanno delegato i carabinieri del Ros. In una nota il Wfp (Word food programme) ha spiegato che la strada era stata precedentemente controllata e dichiarata sicura per essere percorsa anche «senza scorte di sicurezza». Una leggerezza, in un’area del Paese considerata ad alto rischio, che è costata molto cara. Dalle foto, inoltre, è possibile notare che le jeep impiegate non erano del tipo blindato. In alcuni scatti sono ben visibili i vetri infranti dai colpi dei mitra degli assaltatori.
Un mese fa Attanasio aveva portato a termine una gara per fornire all’ambasciata un’auto con livello di blindatura Vr6 (la classe di protezione che garantisce una difesa adeguata contro la minaccia di azioni terroristiche, essendo in grado di sbarrare la traiettoria di proiettili da guerra, oltre che di fornire protezione dagli ordigni esplosivi) aggiudicata dall’operatore economico Gruppo Effe srl con sede a Barlassina, per un importo di 205.000 euro. Per questioni burocratiche, l’auto blindata non era ancora nelle disponibilità dell’ambasciata. In situazioni analoghe, però, di solito le autorità locali forniscono uomini armati e mezzi di scorta che garantiscono una sicurezza elevata. Assolutamente inadeguata, invece, si è rivelata la scorta Onu.
Dall’inizio della missione (si tratta di un’opera di peacekeeping che è attiva in Congo dal luglio 2010 e che vede impegnati oltre 12.000 militari di una ventina di Paesi) 93 dei suoi componenti sono rimasti uccisi. Un dato che prova la pericolosità di quell’area. E che non ammette errori di valutazione, come quelli commessi lasciando l’ambasciatore senza auto blindate e senza una adeguata scorta.
Attanasio sarebbe morto dopo essere stato ferito da colpi d’arma da fuoco all’addome ed è arrivato all’ospedale di Goma in condizioni critiche.
Poco dopo la diffusione della notizia, la Farnesina ha confermato il decesso «con profondo dolore». Poi ha chiesto ufficialmente all’Onu di fornire quanto prima un report dettagliato sull’attacco.
«Prometto al governo italiano che il governo del mio Paese farà di tutto per scoprire chi c’è dietro a questo vile omicidio», garantisce la ministra degli Esteri della Repubblica democratica del Congo, Marie Tumba Nzeza.
Nel suo messaggio di cordoglio il capo dello Stato, Sergio Mattarella, parla di «vile attacco» e di Repubblica italiana «in lutto per questi servitori dello Stato che hanno perso la vita nell’adempimento dei loro doveri professionali».
È il secondo ambasciatore europeo in carica a essere ucciso in Congo: nel 1993 toccò al francese Philippe Bernard, ucciso durante disordini esplosi a Kinshasa contro il regime di Mobutu Sese Seko. Sempre durante una missione Onu, invece, 60 anni fa, a Kindu, morirono 13 militari della quarantaseiesima Brigata aerea di Pisa.
Era l’11 Novembre del 1961 quando i due C-119, battezzati Lyra 5 e Lupo 33, atterrarono a Kindu per portare rifornimenti. Da lì a poche ore i militari italiani sarebbero stati imprigionati, uccisi a colpi di mitra e sepolti in una fossa comune dai miliziani. I loro corpi furono individuati e recuperati soltanto mesi dopo.
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