Starmer è arrivato al passo d’addio. E Donald infierisce: «Hai fallito»
A destra il primo ministro Keir Starmer con il premier indiano Nerendra Modi(Ansa)

Le S-S (Sánchez&Starmer) della sinistra europea stanno per essere sciolte. Se Pedro in Spagna ha problemi di tangenti familiari – la moglie Begoña Gómez è nei guai fino al collo per corruzione -, l’ineffabile amico degli islamici, nemico di Elon Musk e dei social tanto da vietarli ai minori, ai quali però concede il voto, il più volenteroso contro Putin, Keir Starmer appunto, stamani sarà, con ogni probabilità, sfrattato da Downing Street. Per Londra è il settimo governo che salta in dieci anni.

Nel week end si è chiuso nel cottage di Chequers e novello Amleto s’è chiesto: dimissioni o non dimissioni? Questo è il problema. Se sia più prudente prendere atto della sfiducia del Labour e passare la mano o resistere all’avversa fortuna che ha portato Andy Burnham a sconfiggere anche Nigel Farage? Come suggerisce Shakespeare: se non vuoi diventare matto fatti da parte. Glielo hanno detto i suoi più intimi e in particolare il tris di donne – oltre la moglie – che lo protegge: la ministra degli Esteri Yvette Cooper, la ministra dell’Interno Shabana Mamhood e la ministra dei Trasporti Heidi Alexander. Sono peraltro tre gli atti d’accusa nei confronti di Keir Starmer che aveva promesso pugno duro sui migranti, indipendenza in politica estera e migliore qualità della vita e in due anni ha dilapidato la maggioranza che aveva. A dargli il ben servito è arrivato anche Donald Trump che ce ne ha per tutti. Su Truth ha scritto: «Gli auguro buona fortuna, Keir Starmer si dimette da primo ministro britannico: ha fallito su due argomenti importanti: l’immigrazione e l’energia nonostante il greggio del mare del Nord».

L’immigrazione è il tallone d’Achille di Starmer che ha solidarizzato con Emmanuel Macron – un altro sul viale del tramonto – contro gli hub modello Albania per i rimpatri. Battendo sull’islamizzazione strisciante in Gran Bretagna – gli scontri di Belfast significano pur qualcosa – Nigel Farage ha stravinto le amministrative fin quando non si è presentato il sindaco di Manchester Andy Burnham che nelle suppletive ha stravinto il seggio alla Camera dei comuni con il 55% dei voti e ha stracciato Farage. I laburisti – come avrebbe detto Frankensten jr – si sono accorti che si può fare e vogliono Burnham a Downing Street da stamani per salvare il partito. Lui ha già 81 deputati dalla sua che gli assicurano la maggioranza e soprattutto conta sull’appoggio del vicepremier David Lammy e della cancelliera dello Scacchiere Rachel Reevs chiamata al difficilissimo compito di sollevare l’economia britannica.

Si era detto nei giorni scorsi che Londra stava tornando verso l’Ue e che c’era un forte ripensamento sulla Brexit. Se, come è ampiamente probabile, Starmer – per evitare una dolorosa sfiducia in Parlamento – oggi si dimetterà, l’ascesa di Burnham che deve tenere a freno le spinte populiste di Farage, il padre della Brexit, fa presagire che la Manica sarà più larga e l’Atlantico più stretto: Londra si allontana da Bruxelles e pure dai volenterosi. Burnham rappresenta quel pezzo di Labour che guarda alle cose pratiche. Sta nel partito da una vita, è stato ministro con Tony Blair e Gordon Brown, eletto per tre volte a Westminster aveva deciso di tornare a Manchester a fare il sindaco e ha rilanciato la città. Di fatto la sua idea è ancora quella del new Labour, l’esatto contrario del partito per slogan da Ztl di Starmer. A cui Burnham concede l’onore delle armi: è disposto a un passaggio di consegne anche soft. Tanto comunque vada a settembre c’è il congresso del Labour e non c’è trippa per Starmer. Perciò le sue donne – moglie compresa – gli hanno consigliato: dimettiti. Stamane sapremo.

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