Josep Borrell accusa: «Gaza peggio di Dresda». Israele inizia ad allagare i tunnel di Hamas.
Lo speciale contiene due articoli.
Maglione nero, pantalone verde. Il presidente ucraino è volato negli Usa con la solita tenuta marziale. E, soprattutto, con il cappello in mano, per chiedere altre armi e altri soldi. Quelli che la pattuglia trumpiana, forte abbastanza da bloccare il Parlamento, continua a negargli. Nelle stesse ore in cui il «nuovo Churchill» riceveva porte in faccia a Washington, i russi annunciavano un’avanzata a Zaporizhzhia; un attacco hacker mandava in tilt rete mobile, Internet e Monobank, uno dei principali istituti di credito della nazione invasa; e il segretario del Consiglio per la sicurezza di Kiev, Oleksii Danilov, con la Bbc ammetteva il fiasco della controffensiva: «C’erano delle speranze, ma non si sono avverate».
Qualche mese fa, la missione statunitense di Volodymyr Zelensky sarebbe stata una passerella. Ieri, la terza trasferta dall’inizio della guerra si è rivelata un tentativo a perdere. Iniziato con l’accoglienza tra gli applausi al Congresso e i colloqui privati con deputati e senatori, al fianco del numero uno al Senato dei dem, Chuck Schumer, e di quello dei repubblicani, Mitch McConnell. Il quale ha però ribadito l’orientamento del suo partito: sì ai finanziamenti (un pacchetto da 61 miliardi di dollari) solo quando l’amministrazione americana sigillerà il confine meridionale. Conclusione: «È praticamente impossibile» autorizzare i trasferimenti di risorse «prima di Natale».
Subito dopo, Zelensky ha visto lo Speaker, Mike Johnson, uomo vicino a Donald Trump. Anche lui non si è granché ammorbidito: ha confermato che ci vuole trasparenza su come sono spesi i denari dei contribuenti e che bisogna intervenire per fermare l’immigrazione illegale. Altrimenti, niente aiuti agli alleati. Infine, il presidente ucraino si è recato nello Studio Ovale, per il vertice con Joe Biden.
La conferenza stampa dei due omologhi era programmata per la tarda serata italiana, dopo che La Verità era andata in stampa. In ogni caso, senza un compromesso al Congresso, l’inquilino della Casa Bianca non poteva andare molto oltre la promessa di qualche giorno fa: una manciata di razzi. E nessun nuovo assegno. Quanto rimane in cassa basta a stento fino a fine mese.
Anche i rapporti di Kiev con il Vecchio continente si avvicinano a un binario morto. La Commissione ha concordato un iter per destinare alla resistenza i profitti generati dagli asset russi congelati. Il neopremier polacco, Donald Tusk, si è spinto a invocare la «mobilitazione totale» in favore degli aggrediti. Nondimeno, gli ambasciatori Ue non hanno trovato la quadra sul dodicesimo round di sanzioni a Mosca. E le trattative sulla procedura accelerata per l’ingresso nell’Unione dell’Ucraina, oltre che della Moldavia, si sono arenate: al veto di Ungheria e Slovacchia si è aggiunto quello dell’Austria. Il cancelliere, Karl Nehammer, ritiene che, per il Paese in guerra, «non dovrebbe esserci alcun trattamento preferenziale». Alle attuali condizioni, non ci sono margini d’intesa. Il leader di Budapest, Viktor Orbán, ha ribadito le sue ragioni in un tweet: «I numeri sono chiari: i burocrati a Bruxelles non rappresentano il popolo europeo! Il 71%» dei cittadini, stando almeno a un sondaggio della conservatrice Szádzavég Foundation, «vuole che la guerra finisca subito, mentre il 73% concorda sul fatto che Russia e Ucraina debbano essere obbligate a condurre negoziati di pace». Alla faccia del sostegno a oltranza ai buoni, alla faccia dello spauracchio del Lebensraum di Vladimir Putin, il quale, incassata la vittoria nel Donbass, sarebbe intenzionato – giurano gli analisti occidentali – a riprovare la presa della capitale e poi a proseguire la marcia verso Ovest. Di sicuro, con l’inerzia del conflitto dalla sua parte, lo zar non è propenso a trattare. Nemmeno se sono vere le stime dell’intelligence statunitense: il Cremlino avrebbe perso quasi il 90% delle truppe di cui disponeva prima dell’«operazione speciale».
Gli Stati europei riluttanti devono avere ben presente l’entità del conto da pagare per l’entrata dell’Ucraina nell’Ue, sia in termini militari sia in termini economici. Quanto al primo punto, anche in assenza di un’adesione alla Nato, i membri del club dovrebbero impegnarsi nella difesa dell’alleato, come prescrivono i trattati; quanto al secondo, le sovvenzioni e i costi della ricostruzione si aggiungerebbero al prezzo della crisi energetica e del disaccoppiamento da Mosca. Ne sa qualcosa la Germania.
La Süddeutsche Zeitung ha segnalato che diverse aziende tedesche stanno inoltrando domanda di risarcimento al governo federale, per la perdita dei giri d’affari con la Russia. Tra esse, Wintershall Dea, società di gas e petrolio, Siemens Mobility e Volkswagen Bank. Già a metà novembre, a Berlino erano arrivati 16 faldoni, per un totale di 2,8 miliardi di euro, relativi a investimenti coperti da garanzie pubbliche. Tutto ciò avviene proprio nel momento in cui, al Bundestag, si è fatto serrato il confronto sulla manovra, strascico del pasticcio sui fondi extra bilancio.
Stando così le cose, non è strano che, tra i titubanti verso l’Ucraina, figuri pure Berlino, nonostante le rassicurazioni del cancelliere, Olaf Scholz. Con questa guerra per procura, gli americani puntavano, sì, a intrappolare Putin, ma altresì a picconare l’egemonia continentale tedesca, alimentata dalle economiche forniture energetiche di Mosca. Un modello imploso – sabotato – insieme ai tubi del gasdotto baltico. La leadership teutonica era un fardello, ma la sua crisi trascina con sé la filiera produttiva che era agganciata alla locomotiva, a cominciare dalla manifattura del Nord Est d’Italia. Vale l’antico principio: se Atene piange, Sparta non ride.
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