- Francesco bacchetta entrambi i contendenti: «Uno uccide i migranti, uno i bambini: gli elettori cattolici scelgano il male minore». Kamala Harris si vanta di un report favorevole di Goldman Sachs, ma il ceo la gela: «Il testo diceva che non c’è differenza con Donald Trump».
- In Francia il Rassemblement national ha chiesto il proporzionale in cambio del sostegno a Michel Barnier.
Lo speciale contiene due articoli
Papa Francesco entra a gamba tesa nella campagna americana. Ieri, il Pontefice ha detto che sia Donald Trump che Kamala Harris sono «contro la vita»: il primo perché «butta via i migranti», la seconda perché «uccide i bambini» (un riferimento alle sue posizioni pro aborto). Il Papa ha quindi invitato ogni cattolico americano a «scegliere il male minore», precisando di non sapere quale sia.
Nel frattempo, la candidata dem è stata de facto scaricata da Goldman Sachs. Durante il dibattito di martedì su Abc con Trump, la Harris aveva dichiarato che, secondo un report della banca d’affari, le sue proposte economiche sarebbero state migliori di quelle dell’avversario. «Sto offrendo quella che descrivo come un’economia di opportunità. E i migliori economisti del nostro Paese, se non del mondo, hanno esaminato i nostri piani relativi per il futuro dell’America. Ciò che Goldman Sachs ha detto è che il piano di Donald Trump peggiorerebbe l’economia. Il mio la rafforzerebbe», ha affermato la Harris.
Peccato che, il giorno dopo, il ceo di Goldman, David Solomon, sia intervenuto per raffrenare gli entusiasmi della candidata dem. Parlando su Cnbc con il conduttore Scott Wapner, ha infatti detto: «Quel report, di cui si è parlato ieri sera nel dibattito, è stato redatto da un analista indipendente, ed è interessante, Scott: credo che se ne sia parlato molto più di quanto si dovrebbe». «Quello che ha fatto il report è stato esaminare una manciata di questioni politiche che sono state sollevate da entrambe le parti. E ha cercato di modellare il loro impatto sulla crescita del Pil», ha continuato Solomon, per poi aggiungere: «Il motivo per cui dico che ne è stato fatto un caso più grande di che ciò che ha mostrato è che la differenza tra i set di politiche che i due candidati hanno proposto è di circa due decimi dell’1%». «Penso che i nostri clienti stiano cercando di guardare a ciò che sta accadendo da una prospettiva politica e di formulare giudizi. Penso che ciò sia esploso in qualcosa di più grande di quello che era destinato a essere», ha concluso.
Insomma, non solo Solomon ha specificato che l’autore del report era un «analista indipendente» (quasi a volerne prendere le distanze), ma ha anche voluto aggiungere che lo studio si concentrava su alcune proposte specifiche dei due candidati e che, in termini d’impatto economico, non ci sarebbe poi stata tutta questa differenza. Il report, in particolare, criticava i dazi di Trump e prevedeva che la linea dei dem avrebbe creato più posti di lavoro oltre a portare a un «lievissimo incremento» della crescita del Pil tra il 2025 e il 2026. Forse i toni trionfalistici usati dalla Harris durante il dibattito erano quindi un tantino eccessivi: toni rispetto a cui, neanche a dirlo, i due moderatori di Abc non hanno avuto nulla da eccepire.
Come che sia, sono ormai lontani i tempi del 2016, quando l’allora ceo di Goldman, Lloyd Blankfein, diede il proprio endorsement a Hillary Clinton. Evidentemente quest’anno la banca d’affari non è così sicura di una vittoria dem. Come se non bastasse, martedì il ceo di JPMorgan, Jamie Dimon, ha dichiarato che si prospetta all’orizzonte il rischio della stagflazione, mentre il mese scorso aveva lanciato l’allarme su una possibile recessione. Si tratta di una serie di previsioni che rischiano di mettere indirettamente in cattiva luce quella Bidenomics di cui la Harris, vicepresidente in carica da quasi quattro anni, è sempre stata una sostenitrice. D’altronde, a fine aprile, Dimon aveva detto che la Bidenomics stava funzionando soltanto «parzialmente». «Se vai nell’America rurale o nei quartieri poveri, non sono sicuro che si sentano sollevati da questa economia», aveva sottolineato. Non solo. Poche ore prima del dibattito di martedì, Reuters riportava che «Wall Street prevede un duro colpo per gli utili aziendali e il mercato azionario, se la candidata dem alla presidenza Kamala Harris vincerà a novembre e metterà in atto gli aumenti delle tasse promessi».
Del resto, nonostante Trump non sia andato bene al dibattito di martedì e abbia rifiutato di farne un altro, i sondaggi condotti dopo il duello televisivo fotografano una situazione in chiaroscuro. Se due rilevazioni Morning Consult e Ipsos attribuiscono alla Harris un vantaggio di ben cinque punti a livello nazionale, Insider Advantage dà Trump avanti di un punto in uno Stato cruciale come il Michigan. È poi interessante un sondaggio di YouGov, secondo cui la candidata dem avrebbe stravinto il dibattito ma, nonostante questo, manterrebbe il medesimo vantaggio nazionale antecedente al confronto Tv: vale a dire appena un punto percentuale. La stessa rilevazione dà il tycoon quattro punti avanti negli elettori indipendenti, considerandolo inoltre più affidabile nella gestione dell’economia.
Sia chiaro: il candidato repubblicano ha perso una grande occasione al dibattito di martedì. E, al netto della faziosità dei moderatori, ha le sue indubbie colpe, essendosi dato più volte la zappa sui piedi. Ciò detto, attenzione a chi sta dando la Harris già vincente. Come riportato mercoledì dal New York Times, gli elettori indecisi, durante il dibattito, hanno considerato la vicepresidente troppo vaga e, soprattutto, troppo simile all’impopolare Joe Biden. La stessa precisazione di Solomon sul report evidenzia che anche a Wall Street si nutrono dubbi sulla solidità della sua candidatura.
Nonostante le difficoltà di Trump, i fondamentali della corsa elettorale restano per ora favorevoli a lui. Ecco perché, anziché evitare un altro dibattito, il tycoon dovrebbe non solo accettarlo ma addirittura chiederlo su un network ancora più ostile di Abc. L’intervista «protetta» che la Harris rilasciò in agosto alla Cnn non le giovò affatto, anzi. L’ex presidente dovrebbe quindi autodisciplinarsi e rilanciare, per inchiodare l’avversaria ai suoi fallimenti da vicepresidente e farne emergere l’assenza di concretezza. La partita è ancora apertissima. Ma, se vuole vincere, l’ex presidente non deve perdere tempo.
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