• Il candidato repubblicano centra l’obiettivo dopo ben 15 scrutini. E Volodymyr Zelensky si affretta a fargli i complimenti. Dato che il deputato si era già detto contrario ad «assegni in bianco all’Ucraina». E potrebbe proporre un supercommissario per vigilare sugli aiuti.
  • Nancy Pelosi resta senza un ruolo. Si scalda la pista diplomatica a Roma. Nonostante le smentite, pare difficile che la dem si accontenti di fare la parlamentare.

Lo speciale comprende due articoli.

Alla fine ce l’ha fatta: Kevin McCarthy è il cinquantacinquesimo speaker della Camera dei rappresentanti. Ieri, dopo quattro giorni e ben 15 scrutini, il deputato repubblicano è riuscito a risultare eletto, trovando di fatto un accordo con gran parte della pattuglia parlamentare ribelle, che si era opposta alla sua candidatura. Grazie alla desistenza della fronda, il quorum si è abbassato e il diretto interessato è riuscito a prevalere con 216 voti contro i 212 del rivale dem, Hakeem Jeffries.

Certo: la telenovela del voto non si è rivelata esattamente edificante. Era da 164 anni che l’elezione di uno speaker non si trascinava tanto a lungo. Inoltre, con i loro dissidi interni, i repubblicani hanno indirettamente rafforzato Joe Biden, che pure ha i suoi grattacapi da affrontare (a partire dalla crisi migratoria alla frontiera meridionale). Eppure andrebbe forse sottolineata anche un’altra cosa: al netto del caos, è così che funziona una democrazia. E, piaccia o meno, è il Partito repubblicano a essersi rivelato, ancora una volta, quello in cui si discute realmente, quello in cui l’establishment può essere seriamente sfidato (come d’altronde accadde già alle primarie presidenziali del 2016). Una situazione ben diversa dal Partito democratico, in cui – pur a fronte di grandi proclami a difesa della libertà e della democrazia – sono 30 anni che i posti di potere sono occupati sempre dagli stessi volti: Biden, Nancy Pelosi, i Clinton, John Kerry e così via.

Ma che cosa accadrà adesso? Innanzitutto il nuovo speaker potrebbe portare la politica statunitense sull’Ucraina a una (parziale) sterzata. Nonostante una piccola pattuglia di isolazionisti, la maggior parte dei repubblicani è favorevole a mantenere gli aiuti militari a Kiev. E lo stesso Volodymyr Zelensky si è prontamente congratulato ieri con McCarthy, chiedendo al contempo «ulteriore assistenza dagli Usa». Tra l’altro, proprio McCarthy, aveva avuto a dicembre parole di elogio per il discorso tenuto al Congresso dal presidente ucraino. Ciò detto attenzione: perché qualcosa sembrerebbe destinato a mutare. Era ottobre scorso, quando l’attuale speaker disse di non voler garantire «assegni in bianco» all’Ucraina. «Penso che l’Ucraina sia molto importante. Sono favorevole a garantire che andremo avanti per sconfiggere la Russia. Ma non ci dovrebbero essere assegni in bianco su nulla. Abbiamo un debito di 31 trilioni di dollari», dichiarò alla Cnbc. Inoltre, sempre a ottobre, il think tank conservatore Heritage foundation, pur ribadendo il sostegno a Kiev, ha invocato spese più oculate e una strategia maggiormente chiara: una linea che il nuovo speaker sembra intenzionato a far propria e che potrebbe (almeno in parte) impensierire Zelensky. È inoltre verosimile che McCarthy possa invocare la nomina di un supercommissario per sovrintendere al processo di invio e consegna delle armi: una tale figura era del resto stata chiesta in aprile a Biden da un gruppo bipartisan di senatori.

Attenzione poi alla politica interna. McCarthy dovrebbe quasi certamente dare il via a una serie di inchieste parlamentari, volte a mettere con le spalle al muro la Casa Bianca: dai controversi affari internazionali di Hunter Biden alla crisi migratoria, passando per la disastrosa ritirata americana dall’Afghanistan e le origini del Covid-19 (non a caso, nel suo primo discorso da speaker, McCarthy ha inserito il Partito comunista cinese tra le principali sfide che dovranno essere affrontate). Si tratta di inchieste che teoricamente potrebbero portare all’impeachment di ministri e dello stesso presidente. Inoltre, secondo The Hill, vi sarebbe l’intenzione di creare una sottocommissione per indagare sulla politicizzazione degli enti governativi: in particolare, l’idea sarebbe quella di ispirarsi alla commissione Church del Senato che, tra il 1975 e il 1976, investigò sugli abusi di Cia e Fbi.

C’è chi dice che, pur di essere eletto, McCarthy avrebbe ceduto troppo all’ala ultraconservatrice del Gop. Ora, è senz’altro vero che alcune concessioni risultano abbastanza significative (come la possibilità di invocare un voto di sfiducia contro lo speaker anche da parte di un singolo deputato). Tuttavia sentire i dem che ieri paventavano una Camera in mano ai «repubblicani trumpisti più estremisti» è abbastanza curioso. Ricordiamo che, a giugno, la deputata dem Alexandria Ocasio Cortez non solo definì «illegittima» la sentenza della Corte suprema sull’aborto, ma esortò i cittadini a «riempire le strade», sostenendo che «le elezioni non bastano più». Era invece marzo 2020, quando il capogruppo dem al Senato, Chuck Schumer, arringò una folla davanti alla stessa Corte suprema, asserendo che i giudici nominati da Donald Trump avrebbero «pagato un prezzo» per le loro posizioni in materia di interruzione di gravidanza. Comportamenti che di moderato hanno ben poco.

D’altronde, è indubbiamente vero che McCarthy dovrà faticare a tenere compatta la pattuglia dell’Elefantino alla Camera (come già accadde ai suoi predecessori repubblicani, John Boehner e Paul Ryan). Tanto più che il Gop può contare su una maggioranza piuttosto risicata (è anche per questo che, dopo essere stato eletto, McCarthy ha teso una mano al nemico interno, Matt Gaetz, ringraziando inoltre Trump per il sostegno). Tuttavia, soprattutto dal 2019, anche la Pelosi ha dovuto affrontare aspre divisioni interne al Partito democratico. In questo quadro, l’allora speaker ha spesso subito le pressioni dell’ala sinistra del suo stesso partito, contribuendo a portare l’Asinello su posizioni barricadiere. Gli scontri intestini, insomma, non sono una peculiarità dei repubblicani.


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