Sull’IA faremo le cavie di Anthropic
(Getty Images)
L’Unione europea, mentre investe 20 miliardi per affrancarsi dalle tecnologie estere, ingaggia la big tech americana (nella lista nera di Trump) per testare la sicurezza delle banche.

Mentre tratta con Washington sui dazi e rivendica una sempre più urgente autonomia tecnologica, l’Unione europea apre un canale diretto con una delle aziende simbolo dell’Intelligenza artificiale americana (peraltro «nemica» di Donald Trump).

E il paradosso è evidente: Bruxelles rischia di trasformarsi in una cavia per tecnologie sviluppate Oltreoceano proprio mentre prova, almeno sulla carta, a emanciparsene. In queste ore, infatti, sono in corso contatti con Anthropic per sottoporre banche e imprese europee ai test del suo nuovo modello. «In effetti ci sono contatti con Anthropic», ha confermato il commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis, spiegando che la società americana ha già illustrato alla Commissione Ue le «capacità e i rischi informatici» dello strumento. L’obiettivo dichiarato è offrire alle aziende europee «la possibilità di effettuare questi test di resilienza informatica». Ma dietro la formula tecnica affiora una questione ben più politica: chi controlla davvero le tecnologie che garantiscono la sicurezza del sistema finanziario? Il modello in questione, noto come Mythos, è in grado di individuare vulnerabilità anche sconosciute nei sistemi informatici, le cosiddette «falle zero-day». Una capacità che lo rende prezioso per rafforzare la cybersicurezza delle banche, ma anche estremamente pericoloso. Non a caso, lo stesso Dombrovskis ha ammesso che «esistono preoccupazioni circa un potenziale uso improprio» di Mythos e che «l’utilizzo di questo modello è strettamente controllato».

È proprio questo il nodo: l’accesso limitato al sistema e la concentrazione della tecnologia nelle mani di pochi attori americani alimentano i timori delle autorità europee. Il rischio è che, senza un coinvolgimento diretto, il sistema finanziario del Vecchio continente resti esposto a minacce difficili da prevedere. Da qui la spinta dei ministri dell’Eurogruppo ad aprire un dialogo, anche a costo di accettare una posizione di evidente subordinazione. «Non credo che possiamo permetterci il lusso di non cercare di stabilire canali di comunicazione con gli Stati Uniti», ha ammesso il presidente dell’Eurogruppo, Kyriakos Pierrakakis, sottolineando come tecnologie di questo tipo richiedano «quadri di governance internazionale» proprio mentre il multilateralismo appare sempre più fragile. Tradotto: l’Europa non è in grado, almeno per ora, di fare da sola. Tra l’altro, proprio mentre discute con una big tech americana per testare la sicurezza delle proprie infrastrutture, Bruxelles porta avanti un ambizioso piano da 20 miliardi di euro per costruire gigafactory dedicate all’Intelligenza artificiale, con l’obiettivo dichiarato di creare un ecosistema autonomo. Un progetto che, però, sconta ritardi, incertezze e soprattutto l’assenza di veri campioni industriali in grado di competere con i colossi statunitensi. È un bel cortocircuito strategico: da un lato, si investono risorse ingenti per inseguire una sovranità tecnologica che, però, appare ancora lontana; dall’altro, si finisce per affidarsi proprio a quelle tecnologie straniere da cui ci si vorrebbe affrancare.

La questione, in ogni caso, resta aperta. I ministri delle Finanze torneranno a discuterne nei prossimi incontri, consapevoli che «i modelli di intelligenza artificiale di frontiera si stanno evolvendo rapidamente e potrebbero presto presentare sfide di natura potenzialmente sistemica», come ha avvertito ancora Pierrakakis. La partita, insomma, è appena iniziata. Ma il rischio è che l’Europa la giochi, ancora una volta, più da spettatrice – o da cavia – che da protagonista.

Da non perdere

Iran e Usa, nuovi colloqui a Doha su Hormuz
Mondo

Iran e Usa, nuovi colloqui a Doha su Hormuz

A detta di Trump si svolgeranno oggi in Qatar «i colloqui voluti dal regime». Secondo Axios si tratterebbe di vertici separati tra i tecnici nemici e i mediatori del Paese del Golfo e del Pakistan. Gli ayatollah frenano: «Nessun meeting con la Casa Bianca».