Il gregge dei Tories fa dimettere BoJo. Già partita la gara per la successione
  • Johnson vuole restare premier fino alla scelta del nuovo leader che continuerà la politica atlantista. Tanti ministri nel toto-nomi.
  • Guy Verhofstadt: l’ipocrisia dei detrattori di Mr Brexit, prima irriso, criticato e demonizzato. Poi la (breve) riabilitazione con la guerra in Ucraina.

Lo speciale contiene due articoli.

Comunque la pensiate su di lui, non sottovalutate il discorso di congedo pronunciato ieri da Boris Johnson davanti al portone del numero 10 di Downing Street: sei minuti orgogliosi, a tratti spigolosi, di un uomo che ha rifiutato la parte ipocrita della vittima sacrificale, della madonnina infilzata, del finto umile. Il premier uscente, sfoggiando la sua proverbiale tempra combattiva, ha letteralmente sfidato chi ora lo sta cacciando dalla guida del partito e del governo.

E lo ha fatto in tre passaggi. Il primo è stato quando ha chiarito che la volontà di farlo dimettere è del «parliamentary Conservative party»: formalmente è una pura constatazione di ciò che accade, vista la valanga di dimissioni di ministri e sottosegretari e la raffica di lettere di sfiducia contro di lui firmate da molte decine di deputati Tories; ma, sostanzialmente, è un modo per sottolineare che si tratta di una scelta di palazzo, del gruppo parlamentare, non degli elettori. E infatti per il resto dello speech Johnson si è rivolto al «British public»: alla gente come una cosa distinta e distante dai politici che lo hanno sfiduciato.

Il secondo passaggio, più perfido, è stato quando Johnson ha menzionato gli immensi numeri da lui ottenuti alle elezioni del 2019, ricordando come molti di quegli elettori «avessero votato per i conservatori per la prima volta» (come dire: sono voti miei, non vostri), e rimarcando come si sia trattato della più grande maggioranza conservatrice dal 1987, e della percentuale più alta dal 1979.

Il terzo passaggio è stato quando Johnson ha evocato l’«herd instinct», letteralmente l’istinto di gregge scatenatosi contro di lui. Non esattamente un elogio del suo gruppo parlamentare.

Poi Johnson ha rivendicato i suoi «achievements»: «Aver realizzato Brexit, recuperando poteri per il nostro Paese»; i successi nel contrasto alla pandemia, con «la più rapida uscita» al mondo dal lockdown; l’aver «guidato l’Occidente nel resistere all’aggressione di Vladimir Putin».

Quindi l’elogio del sistema istituzionale britannico: «Il nostro brillante sistema darwiniano produrrà un altro leader ugualmente impegnato a portare avanti il paese». Conclusione: «Alcuni saranno sollevati, altri dispiaciuti» per le dimissioni: «Voglio che sappiate quanto sono triste nel lasciare il miglior lavoro del mondo. Vi ringrazio per l’immenso privilegio che mi avete dato. I vostri interessi saranno serviti finché il nuovo primo ministro sarà al suo posto». Battuta finale con la consueta capacità, da giornalista e scrittore, di immaginare titoli a effetto: «Anche se le cose appaiono scure, il nostro futuro insieme è dorato, luminoso».

E adesso che succede? In mattinata fonti vicine a Johnson avevano ipotizzato una sua permanenza a Downing street fino a ottobre, quando è prevista la conferenza dei conservatori. Ma nel corso della giornata un po’ tutti, sia gli assedianti sia l’assediato, hanno finito per convergere su una formula diversa: il procedimento per il «leadership contest» inizierà presto, e Johnson resterà solo finché il nuovo leader non sarà stato scelto. Quindi non «fino a» ottobre, realisticamente, ma «entro» ottobre: e probabilmente molto prima. A meno che già nei prossimi giorni non sia individuato un altro reggente.

Di fatto già nel weekend tutti i potenziali aspiranti usciranno allo scoperto. Tra loro segnaliamo Rishi Sunak e Sajid Javid (gli ex ministri delle Finanze e della Sanità che con le loro dimissioni hanno fatto deflagrare tutto già martedì sera), oppure Jeremy Hunt, o il capo negoziatore Brexit David Frost, o la ministra degli Esteri Liz Truss, o il ministro della Difesa Ben Wallace (in tempi di guerra queste ultime due figure sono ovviamente quotatissime), oppure il veterano di guerra Tom Tugendhat, oppure il neonominato ministro delle Finanze Nadim Zahawi: tutte leadership saldamente atlantiste, perché la posizione sulla guerra non è in discussione da parte di nessuno.

Stendendo un bilancio, Johnson può rivendicare alcuni meriti indiscutibili: essere stato una macchina da voti senza rivali; aver guidato il contrasto alla pandemia con le minori (e più brevi) restrizioni al mondo; e, soprattutto, aver realizzato Brexit. Va sottolineato che il negoziato finale ebbe successo proprio grazie alla sua irruenza, mentre le timide strategie dell’iper moderata Theresa May non avevano avuto successo. E proprio su questo dovrebbe riflettere chi ha sempre caricaturizzato Johnson: nella politica contemporanea, spesso è proprio il portatore di un carisma speciale (e anche di un grano di «follia») a poter conseguire risultati non ordinari.

In negativo, Johnson paga diverse cose: non aver realizzato i promessi tagli di tasse e aver scelto una linea economica perfino dirigista; non essere riuscito a far quadrare il cerchio tra i vecchi elettori conservatori (tradizionalmente più thatcheriani) e i nuovi elettori provenienti da sinistra; e aver tentato di recitare la parte del finto tonto rispetto agli scandali che avvenivano intorno a lui. Su queste cose, non solo i parlamentari, ma anche il «British public» non perdona.


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