Erdogan torna di nuovo a ricattare la Nato
Ansa
Il presidente turco minaccia ancora di porre il veto sull’ingresso di Svezia e Finlandia nell’Alleanza atlantica. Volodymyr Zelensky invita Giorgia Meloni a Kiev. Le forze russe, accerchiate, si ritirano da Lyman. Intanto il ceceno Ramzan Kadyrov aizza lo zar: «Usa l’atomica».

Mentre la tensione continua a salire a seguito dell’annessione delle regioni ucraine alla Russia, Recep Tayyip Erdogan è tornato di fatto a ricattare la Nato. Il presidente turco ha infatti minacciato ieri di porre nuovamente il veto sull’ingresso di Svezia e Finlandia nell’Alleanza atlantica, qualora i due Paesi non rispettino gli impegni contratti sulla questione curda. «Finché le promesse fatte al nostro Paese non saranno mantenute, manterremo la nostra posizione di principio», ha detto in un discorso parlamentare. «Stiamo seguendo da vicino se le promesse fatte da Svezia e Finlandia vengono mantenute o meno e, naturalmente, la decisione finale spetterà al nostro grande parlamento», ha aggiunto. Il sultano ribadisce quindi tutta la sua ambiguità. Da una parte, il ministero degli Esteri turco ha condannato ieri l’annessione delle regioni ucraine, definendola, sulla scia dell’Osce e dell’Occidente, una «grave violazione dei principi del diritto internazionale»; dall’altra, il sultano è tornato a ventilare la sua vecchia minaccia, per tenere la Nato sulla corda.

D’altronde, la strategia di Erdogan non è nuova. Il leader turco è infatti finora riuscito a mettere sotto pressione sia l’Alleanza atlantica (con il ricatto su Svezia e Finlandia) sia la Russia (facendo leva sul dossier siriano). I vertici della Nato dovrebbero quindi iniziare a capire la pericolosità di Erdogan per l’alleanza. Peccato che, soprattutto negli ultimi mesi, Joe Biden si sia mostrato particolarmente arrendevole nei confronti del sultano, con i risultati che stiamo vedendo oggi. Sarebbe forse il caso che il prossimo governo italiano denunci chiaramente alla Casa Bianca il gioco ambiguo della Turchia (un gioco, tra l’altro, pericoloso per i nostri interessi in Libia e nei Balcani), rivendicando un ruolo di leadership per Roma nel quadro del fianco meridionale della Nato.

Nel frattempo, Giorgia Meloni ha ricevuto un invito da Volodymyr Zelensky a visitare l’Ucraina. In particolare, il capo dell’Ufficio di presidenza ucraina, Andriy Yermak, ha avuto un colloquio telefonico con il presidente del Copasir, Adolfo Urso, esprimendo le proprie congratulazioni per la vittoria elettorale di Fratelli d’Italia. Nell’occasione, Yermak ha anche invitato la Meloni a Kiev. Lo stesso presidente ucraino aveva manifestato nei giorni scorsi le proprie felicitazioni alla Meloni per il risultato nelle urne, con la leader di Fdi che aveva replicato assicurando sostegno alla causa dell’Ucraina: un elemento, questo, già comunque garantito nel primo punto del programma elettorale della coalizione di centrodestra.

In tutto ciò, ieri l’azienda statale ucraina Energoatom ha reso noto che il direttore generale della centrale nucleare ucraina di Zaporizhzhia, Ihor Murashov, è stato fatto prigioniero da una pattuglia russa venerdì scorso. «È stato portato fuori dall’auto e con gli occhi bendati è stato guidato in una direzione sconosciuta», ha riferito. In un simile quadro, l’Aiea ha fatto sapere di aver chiesto notizie del direttore generale rapito al governo russo. «Abbiamo contattato le autorità russe e chiediamo chiarimenti», ha detto a tal proposito un portavoce dell’agenzia. Mosca, dal canto suo, ha dichiarato che Murashov risulterebbe «temporaneamente detenuto» con lo scopo di essere interrogato.

Proseguono nel frattempo le operazioni militari sul campo, mentre il Cremlino incontra crescenti problemi. Il ministero della Difesa russo ha reso noto che le proprie truppe si sono ritirate dalla città orientale di Lyman «a causa del rischio di essere accerchiate» e che si sono spostate verso «frontiere più vantaggiose». Ieri pomeriggio, il ministero della Difesa ucraino ha annunciato che le sue forze stavano entrando nella città (che per i russi era un importante centro logistico per l’approvvigionamento di munizioni). «Le forze d’assalto aeree ucraine stanno entrando a Lyman, nella regione di Donetsk», ha twittato.

La riconquista di Lyman rischia di rivelarsi uno smacco pesante per Vladimir Putin: appena l’altro ieri il capo del Cremlino aveva infatti detto che le quattro regioni ucraine annesse (tra cui quella di Donetsk) sarebbero state «per sempre» russe. Per lo zar si tratta di un duro colpo sia dal punto di vista internazionale sia (almeno potenzialmente) sul piano dei tesi equilibri interni all’establishment politico-militare di Mosca. Che la tensione stia aumentando a seguito della riconquista ucraina di Lyman è testimoniato anche dal leader ceceno, Ramzan Kadyrov, il quale ha suggerito a Putin di usare «armi nucleari a basso rendimento», accusando inoltre di «nepotismo» i vertici militari russi.

Frattanto, il Servizio di sicurezza ucraino ha riportato che oltre 20 civili (tra cui molti bambini) sono stati uccisi a causa del bombardamento russo di un convoglio civile, avvenuto nella «zona grigia» a metà tra l’area controllata da Kiev e quella controllata da Mosca (nei pressi della città di Kupiansk).

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