Cresce la spaccatura tra istituzioni e gli «esclusi» fedeli a The Donald
Donald Trump (Ansa)
  • Il raid alimenta il clima di demonizzazione contro il magnate. E soffia sulla rabbia dei suoi sostenitori: cittadini delusi e snobbati dall’establishment. Un’ulteriore lacerazione nel Paese, scosso dalle tensioni sull’aborto.
  • L’Fbi irrompe a casa di Trump alla ricerca di documenti. «Colpo alla mia candidatura». Sequestrate diverse carte nella residenza in Florida. L’ex presidente sarebbe accusato di detenerle illegalmente da fine mandato. I repubblicani: «Tagliamo i fondi al Bureau».

Lo speciale comprende due articoli.

Non sappiamo ancora se il clamoroso blitz dell’Fbi a Mar-a-Lago indurrà Donald Trump a chiamarsi fuori dalla corsa per le presidenziali del 2024, o se, al contrario, ne rafforzerà l’intenzione di candidarsi, per sfidare un’altra volta quell’establishment che palesemente lo detesta.

Siamo sempre lì: rispetto alla «regola» (non scritta ma ferrea) che considera accettato e accettabile solo chi sia progressista (al massimo, è ammessa la variante tecnocratica), l’elezione di Trump nel 2016 ha rappresentato un autentico rovesciamento del tavolo. Ne sono testimonianza lo shock prima e la rabbia poi di certe èlites, la loro propensione a negargli ogni legittimazione mentre era in carica e quindi, dopo la mancata rielezione nel 2020, a considerare il suo quadriennio come un incidente, come una spiacevole parentesi finalmente (per loro) chiusa. Ora, la prospettiva di una sconfitta cocente dei democratici nelle elezioni di mid-term, all’inizio del prossimo novembre, schiude di nuovo ai repubblicani la corsa verso la Casa Bianca, e rialimenta un clima di demonizzazione.

Atteggiamento miope perché, qualunque cosa si pensi personalmente di Trump, non si può pretendere di cancellare pure gli elettori che proprio lui ha massimamente rappresentato: un ceto medio e medio-basso incazzato, impaurito, impoverito, che prima di Trump si era sistematicamente sentito escluso dall’agenda politica e mediatica «ufficiale». Ecco, quell’immensa mezza America esiste ancora, e, anziché cercare di ascoltarla, il vecchio establishment sembra pressoché esclusivamente preoccupato di azzopparne il portavoce, affinché non sia in grado di ripetere la «sorpresa» del 2016.

Anche nel campo repubblicano, come si sa, il dibattito su una terza ricandidatura di Trump è forte e controverso. Milita a favore di questa ipotesi il fatto che la sua capacità di estendere l’elettorato repubblicano (per un verso ai delusi della sinistra, e per altro verso a neri e ispanici) resti assai significativa. Depone in senso contrario il rischio che Trump possa tendere a parlare molto dei veri o presunti brogli del 2020, insomma a fare una campagna elettorale con la testa rivolta all’indietro, e che la sua figura ingombrante ed egoriferita possa – per così dire – aiutare i democratici Usa, divisi su tutto, a unirsi contro il loro vecchio arcinemico, a maggior ragione considerando le polemiche e le controversie che tuttora proseguono sul tragico autogol trumpiano del 6 gennaio 2021, quando – come si sa – una legittima manifestazione di protesta sfociò in un indifendibile assalto a Capitol Hill.

Per molti versi, sarebbe auspicabile un eventuale tentativo repubblicano di mettere in campo un’operazione di «trumpismo senza Trump»: quindi far tesoro della sua capacità di allargare il campo, ma puntare su figure meno autoreferenziali e più proiettate nel futuro, a partire dal governatore della Florida Ron DeSantis. Ma di questo ci occuperemo nei prossimi mesi.

Per ora, occorre sottolineare come il blitz dell’Fbi abbia ancora una volta incendiato il clima. E non va sottovalutata la reazione di Trump e dei suoi, indirizzata alla mezza America che si fida di loro: «They are not after me, they are after you», cioè «non ce l’hanno con me, ma con voi». La sinistra (americana ed europea) parlerà ovviamente di propaganda: e invece il messaggio trumpiano è di enorme efficacia perché corrisponde esattamente a ciò che i suoi elettori pensano e sentono, e cioè un’ostilità profonda del potere costituito (politico, burocratico, mediatico) anche verso di loro, non solo verso Trump.

E questa ulteriore fiammata di polarizzazione e demonizzazione arriva poche settimane dopo ciò che è successo a seguito della decisione della Corte Suprema che ha annullato la sentenza del 1973 «Roe vs Wade» in materia di aborto. Anche lì, da parte democratica, le reazioni hanno innescato un autentico pandemonio: Joe Biden ha parlato di «percorso estremo e pericoloso» intrapreso dalla Corte; Barack Obama di «attacco alle libertà fondamentali»; Hillary Clinton di «infamia»; Nancy Pelosi di una Corte che «sta eviscerando i diritti americani».

Sui giornali e nelle tv, le linee di frattura si sono approfondite in modo esasperato e ultra-radicalizzato: e, sullo sfondo di proteste e disordini (non senza minacce ai giudici della Corte), qualunque posizione intermedia, articolata, sfumata è stata cassata e resa impraticabile. Anche in quel caso, l’opinione pubblica Usa, già divisa per mille ragioni, si è ̀trovata dentro un’ulteriore guerra culturale, in un avvitamento di radicalizzazione incontrollabile.

Spettacolo – c’è da immaginare – guardato con una certa soddisfazione da Pechino e da Mosca, mentre già infuria da mesi la guerra in Ucraina e mentre è sempre più forte pure la tensione su Taiwan. C’è da temere che dittature e autocrazie coglieranno altri segni di divisione interna agli Usa e all’Occidente: e, in ultima analisi, una nostra crescente incapacità di gestire un conflitto di idee e valori in modo non lacerante e rispettoso degli altri.


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