Berlino comincia a fare cassa anche con i soldi della CO2. Proprio mentre Bruxelles si prepara a rimettere mano a uno degli strumenti simbolo del Green deal, il governo guidato da Friedrich Merz ha deciso di dirottare una parte consistente dei ricavi del mercato europeo delle emissioni verso il bilancio tedesco. In teoria, quei fondi dovrebbero servire a finanziare la transizione climatica. In pratica, finiranno anche per coprire pensioni e spesa corrente.
La misura è contenuta nel progetto di bilancio per il 2027 approvato ieri dal Consiglio dei ministri tedesco. Nel dettaglio, Berlino prevede di destinare al bilancio ordinario circa 2,7 miliardi di euro provenienti dall’Ets, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione. Si tratta più o meno della metà dei 5,4 miliardi incassati nel 2025 attraverso le aste del cosiddetto Ets1, cioè il meccanismo che impone a industrie energivore, centrali elettriche e compagnie aeree di acquistare permessi per ogni tonnellata di anidride carbonica emessa.
Finora quelle risorse alimentavano il Fondo tedesco per il clima e la trasformazione (Ktf), utilizzato per sostenere rinnovabili, reti elettriche, pompe di calore, auto elettriche e riqualificazione energetica degli edifici. Ora, invece, una parte dei ricavi sarà utilizzata per consolidare il bilancio federale. Tradotto: i soldi della transizione verde serviranno anche a tappare i buchi dello Stato sociale tedesco.
Il dettaglio non è secondario. Il bilancio abbozzato dal governo Merz prevede per il 2027 spese complessive per 555,4 miliardi di euro e nuovo indebitamento per 118,7 miliardi. A questi si aggiungeranno i debiti legati ai fondi speciali per infrastrutture, neutralità climatica e Bundeswehr, portando la nuova esposizione complessiva vicino ai 200 miliardi. Una scelta politicamente impegnativa per la Cdu, che per decenni ha fatto del rigore dei conti pubblici e del pareggio di bilancio uno dei propri cavalli di battaglia.
Non a caso, la manovra ha già provocato le critiche degli industriali. Tanja Gönner, direttrice della Confindustria tedesca (Bdi), ha definito «allarmante» l’aumento di spese e debito, accusando il governo di non riuscire a presentare una programmazione finanziaria solida nonostante il massiccio ricorso al nuovo indebitamento e le elevate entrate fiscali. È una bocciatura pesante, che si aggiunge ai dubbi già espressi nei giorni scorsi da diversi economisti tedeschi sulla reale capacità del pacchetto Merz di rilanciare la crescita.
Sul fronte opposto, però, protestano anche gli ambientalisti. Greenpeace accusa la grande coalizione di «saccheggiare» il Fondo per il clima, trasformando i ricavi della CO2 in una sorta di bancomat per finanziare la spesa ordinaria. Critiche simili arrivano anche dal mondo delle municipalizzate, preoccupate che il Ktf diventi un semplice contenitore da cui prelevare risorse quando il bilancio federale non riesce più a far quadrare i conti.
La manovra tedesca, del resto, arriva in un momento particolarmente delicato. Il 17 luglio la Commissione europea dovrebbe presentare la revisione del sistema Ets, uno dei pilastri del Green deal. Negli ultimi mesi diversi governi, tra cui quello italiano, hanno sollevato con crescente insistenza il problema dei costi della transizione e dell’impatto delle politiche climatiche sulla competitività industriale. Giorgia Meloni lo ha ripetuto più volte: l’Europa non può permettersi una decarbonizzazione ideologica, costruita a tavolino senza considerare la tenuta delle imprese, dell’occupazione e della concorrenza internazionale.
Il punto, ormai, è proprio questo. Per anni il Green deal è stato presentato come una strada obbligata e irreversibile. Chi metteva in guardia sui costi economici della transizione veniva liquidato come «retrogrado» o «negazionista». Oggi, però, i nodi sono venuti al pettine. L’industria europea arranca, il settore automobilistico è in crisi nera, i costi energetici restano elevati e la concorrenza cinese mette sotto pressione intere filiere produttive. A quel punto, anche i governi che più avevano scommesso sulla svolta verde iniziano a correggere la rotta.
Il caso dell’auto è emblematico. Proprio ieri l’autorevole quotidiano economico Handelsblatt ha anticipato che potrebbero esserci altri 4.000 esuberi in Porsche, marchio simbolo dell’eccellenza industriale tedesca. Le cause della crisi sono molteplici: rallentamento della domanda, difficoltà sul mercato cinese, concorrenza internazionale e costi produttivi. Ma sarebbe difficile negare il ruolo svolto dalla transizione imposta dal Green deal, con la spinta accelerata verso l’elettrico e il progressivo irrigidimento delle norme sulle emissioni.
In questo quadro, la decisione del governo Merz è altamente simbolica. La Germania, che per anni ha predicato la necessità di finanziare questa trasformazione epocale, comincia ora a fare marcia indietro. Stesso discorso per Bruxelles: dopo aver costruito una macchina regolatoria gigantesca, pensata male e applicata peggio, l’Unione europea si è alla fine accorta che la rivoluzione verde sta assumendo i contorni del fallimento.
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