Per solidarietà, per recupero, per aiutare un territorio che ha sofferto e sta soffrendo ancora. «Perché ci sentiamo fortunati». Parla così Giuliano Ceccarelli, originario di Santa Sofia, nella Romagna toscana a cavallo degli Appennini, fondatore della Manifattura Ceccarelli, marchio nato proprio a Forlì. La sua passione per il lavoro e per la sua terra lo ha portato a rimboccarsi le maniche, come tutti i romagnoli, per dare un senso a una tragedia come quella dell’alluvione.
A lei cosa è accaduto?
«Il laboratorio e il magazzino non si sono allagati ma “solo” i locali del taglio, dove c’erano dentro 3.000 metri di tessuto andato sott’acqua per tre giorni che, ovviamente, siamo andati a recuperare. Una parte del tessuto era lavabile e, quindi, si può lavorare con i soliti trattamenti, ma una grande parte del tessuto, invece, trattato con delle paraffine in partenza, non si può lavare e neppure asciugare perché scarica paraffina se lo si scalda. Nessuno aveva una soluzione per risolvere il problema».
Quindi?
«Il titolare di una grossa azienda di trasporti italiana mi ha mandato un messaggio dicendomi che avrebbe dato la possibilità di utilizzare i suoi capannoni a Castel San Pietro per poter stendere i tessuti e tentare di bloccare il processo di fermentazione e, quindi, di formazione di muffe e cattivi odori. Ma ho pensato a una soluzione molto più semplice ovvero stenderli direttamente al sole su un grande prato vicino a noi, circa un ettaro di terreno accanto al laboratorio. E così abbiamo steso 25 rotoli sul prato, quasi una installazione alla Christo. Mi sono affidato al sole, che ha asciugato il tessuto che non assorbe molto dato che è impregnato di paraffina e, in questo modo, è ancora utilizzabile. L’idea del sole è quella ha cambiato tutto, perché ha tolto l’incertezza sul materiale. Nessuno sapeva dirmi come si poteva salvare e recuperare e il sole ha fatto quello che serviva».
In che modo verrà usato?
«Non ce la sentiamo di andare a fare la produzione invernale di giacche costose, ma abbiamo pensato comunque di non gettare questo tessuto soprattutto perché da Instagram ci sono arrivati un mare di messaggi di gente che ci dice di utilizzare questo materiale e che sono pronte a comperare i capi così come vengono proprio con quel tessuto. E ci scrivono: “Lo faremo per aiutarvi e per darvi la spinta”».
Come avete proseguito?
«Siccome mi sono sentito fortunato, ho pensato che con quella metratura potevo fare qualcosa per aiutare chi era stato meno fortunato di me e, quindi, realizzeremo borse, giacche e t-shirt che avevamo già in progetto. Oltretutto un ragazzo mi ha dato la disponibilità delle sue macchine scoprendo che lui, da sei generazioni, fa la stampa romagnola a mano, con una miscela di ruggine, farina, aceto e lavata nella soda caustica. Allora ho pensato di fare una maglietta per la Romagna con le stampe della Romagna, una tradizione che ha almeno 600 anni».
In pratica, cosa avverrà?
«Per ogni maglietta si ricaveranno cinque euro, 15 per ogni borsa e 25 per ogni giacca venduti che andranno alla scuola elementare e media che è andata sommersa nel quartiere Romiti di Forlì. Le scuole sono le prime che a settembre dovrebbero ripartire e il nostro progetto è quello di acquistare il materiale didattico per il comprensorio finito sott’acqua. Abbiamo preso accordi con la preside che ha chiamato il Provveditorato, il quale ha acconsentito che noi mettessimo il nome dell’istituto dentro ai nostri cartellini dove sta scritto pure “Forza Romagna” oppure un’etichetta dove si può leggere che il capo è stato confezionato con tessuti alluvionati e che potrebbe presentare difetti e imperfezioni».
Da quanto tempo c’è la Manifattura Ceccarelli?
«Dal 1998, prima producevamo capi su licenza di un marchio americano molto vecchio. Abbiamo sempre prodotto capi studiandoli noi con un marchio di un’altra azienda. Poi, a un certo punto, un fondo d’investimento che aveva comprato il brand ha rotto il nostro contratto e, nel 2014, siamo rimasti in nove al lavoro. Da allora siamo ripartiti con il progetto delle nostre giacche specifiche e, oggi, lavoriamo molto più di prima e siamo molto più conosciuti».
Cosa significa giacche specifiche?
«Sono realizzate con tessuto paraffinato e idrorepellente quindi nascono per la vita all’aria aperta ma noi abbiamo cercato di farle diventare dei capi da utilizzare tutto il giorno. Vorremmo che il nostro cliente portasse la giacca sempre perché rappresenta uno stile di vita»
La collezione nasce con le giacche?
«Principalmente si. Poi sono stati aggiunti i pantaloni, i gilet, le camicie ma sempre in quantità limitata, il nostro business forte restano le giacche».
Quanti negozi avete?
«Abbiamo 350 negozi nel mondo».
Il fatturato oggi a quanto ammonta?
«È ancora piccolo, siamo sui tre milioni e mezzo. E siamo passati da 9 a 13 dipendenti. E, soprattutto, non lavoriamo con le banche».
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